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Guerra alla droga in Messico. La strategia pacificatrice e legalizzatrice del nuovo Presidente
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Articolo di Redazione
11 agosto 2018 10:50
 
 La situazione e’ incalzante per Manuel Lopez Obrador, nuovo presidente neo-eletto del Messico, di fronte alla immensa violenza dei cartelli della droga. Chiamato col soprannome delle iniziali del suo nome, AMLO, ha lanciato lo scorso 7 agosto un confronto nazionale per pacificare il Paese. Obiettivo: invitare la società civile a reagire alle sue proposte all’avanguardia, tra cui la legalizzazione delle droghe ed una amnistia per i piccoli narcotrafficanti. Una svolta radicale di sicurezza per fermare un bagno di sangue che ha provocato più di 200.000 morti e 37.000 persone scomparse negli ultimi dodici anni.
“Non dimenticare, ma perdonare” ha detto AMCO inaugurando lo scorso martedì 7 agosto a Ciudad Juarez il primo di una ventina di forum itineranti. Questi incontri, riunendo anche i parenti delle vittime, alcuni esperti, rappresentanti della società civile e le autorità, si terranno fino al 24 ottobre nelle regioni più colpite dall’insicurezza.
In testa Ciudad Juarez, 1,5 milioni di abitanti e 30 assassini commessi nel fine settimana del 4 e 5 agosto, portando a più di 700 il numero di omicidi da gennaio scorso. La città frontaliera con gli Usa, che nel 2010 s è qualificata come “la capitale mondiale del crimine”, è di nuovo l’indicatore rosso di un Paese che registra dei picchi di criminalità della sua storia recente con 28.710 morti nel 2017 e già 15.973 morti nel primo semestre di quest’anno.
AMLO si insedierà ufficialmente il prossimo 1 dicembre, ma il nuovo presidente di sinistra, eletto lo scorso 1 luglio col 53% di suffragi insiste sull’importanza di “prendere l’iniziativa di fronte alla gravità di questi dati” Il primo forum è stato organizzato con cinque tavoli tematici sul diritto delle vittime, la sicurezza e la giustizia, le migrazioni, la prevenzione dei crimini e la costruzione della pace.
“Non si combatte la violenza con la violenza” ha detto AMLO constatando la sconfitta dei suoi predecessori. Nel 2006, il presidente conservatore Felipe Calderon, aveva dispiegato l’esercito contro i cartelli. Una strategia frontale fatta propria anche dal presidente uscente Enrique Pena Nieto (2012-2018) del Partito rivoluzionario istituzionale (PRI, di centro), senza riusce a bloccare le mafie né il boom delle estorsioni e dei rapimenti.
“Processo di pacificazione”
“Vogliamo cambiare radicalmente questo modello coercitivo attraverso un concetto di sicurezza integrale”, ha precisato il 7 agosto Alfonso Durazo, futuro ministro della sicurezza pubblica e organizzatore dei forum che mettono le vittime al centro di un “processo di riconciliazione nazionale”. AMLO spinge nettamente per una pace negoziata coi narcotrafficanti. Il suo progetto di amnistia suscita polemiche nei parenti delle vittime che sono intervenuti nel dibattito gridando “No al perdono, no a dimenticare”.
Durazo ha precisato che “non si tratta di un accordo di impunità ma di un processo di pacificazione a partire da un’amnistia verso i piccoli manovali dei cartelli e i coltivatori di papavero”, pianta base dell’eroina. I confronti vertono anche sulla creazione di una giustizia di transizione per i criminali pronti a depositare le armi. Questo concetto legale, che permette di ridurre le pene ma senza impunità, ha fatto le prove in Colombia tra il governo e la guerriglia marxista della Farc.
L’altro argomento in dibattito nell’ambito dei forum è la possibile legalizzazione del consumo di droghe leggere, in un Paese che è diventato il secondo produttore mondiale di marijuana. Martedì 7 agosto, AMLO ha fatto appello perché siano “levati i tabù senza demagogia “in modo da “attaccare le cause della violenza” e non solamente i suoi sintomi. “Per il bene di tutti, soprattutto dei poveri”, ha ripetuto il presidente neo-eletto, che promette delle borse di studio e dei posti di lavoro per i giovani che oggi collaborano coi cartelli grazie alla mancanza di altre opportunità.
AMLO annuncia un ritorno progressivo dei militari nelle loro caserme, professionalizzando i corpi di polizia, oggi infiltrati dal crimine organizzato. Senza contare la lotta contro la corruzione, che lui considera come “il principale cancro del Messico”, e il rafforzamento dei controlli doganali sì da sconfiggere il traffico di armi che proviene essenzialmente dagli Usa.
Nei media, Durazo ha fissato un calendario. Quanto dibattuto sarà riportato su carta e poi a novembre ci sarà un referendum e i voti del Congresso. Una sfida colossale per il futuro governo che prevede da qui a te anni di ridurre ad un sesto il tasso di omicidi (25 ogni 100.000 abitanti al giorno d’oggi) “E’ un cambiamento di visione”, dice l’analista Denise Dresser,- “Ma bisognerà passare da una fase sperimentale di catarsi (nell’ambito dei forum) all’elaborazione di un vero e proprio programma di governo”.

(articolo di Frédéric Saliba, corrispondente dal Messico, pubblicato su quotidiano le Monde del 09/08/2018)
 
 
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