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Mafia capitale. Se Carminati non è più in carcere la colpa è della Procura che si è intestardita sulla mafia
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Articolo di Redazione
17 giugno 2020 12:24
 
 Chi troppo vuole nulla stringe. È il vecchio detto popolare che può adattarsi all’epilogo, ad oggi estremamente deludente, dell’inchiesta Mafia Capitale, partita in pompa magna e arenata sulle secche di una scarcerazione di massa di tutti gli imputati condannati.
L’ultimo, il più famigerato e temuto, cioè Massimo Carminati, è uscito dal carcere di Oristano per scadenza dei termini massimi di custodia cautelare. La decisione è stata presa dal Tribunale penale di Roma con un fitto e sofferto provvedimento di oltre 20 pagine.
Come di prammatica assistiamo alla solita ipocrita litania di chi lamenta l’intollerabile scandalo delle scarcerazioni causate dalla lentezza dei processi e alla solita messinscena delle ispezioni ministeriali. Ma questo non è proprio il caso.

Il processo Mafia Capitale si è svolto con ritmi accelerati, per cui in meno di quattro anni si è pervenuti ad esaurire i tre gradi di giudizio, celebrando oltre 300 udienze. Un record senza precedenti. Basti pensare che il processo di appello è iniziato a tamburo battente dopo pochi mesi dalla fine di quello di primo grado.

Per alcuni imputati la condanna è divenuta definitiva (i condannati per reati di corruzione e turbativa di asta, che erano pure entrati in carcere in virtù della Spazzacorrotti di Bonafede, prima di essere scarcerati a seguito di una pronuncia della Corte Costituzionale che non l’ha ritenuta loro applicabile) ma per quelli assolti dal reato mafioso si dovrà rifare il processo di appello per rideterminare le pene ed in alcuni casi anche per riesaminare i giudizi di colpevolezza.

Come spiega il difensore di Carminati, Francesco Tagliaferri, che sul punto ha condotto una lunga battaglia, alla base del ritorno alla libertà del leggendario “Cecato” vi è un preciso dato di fatto: caduta definitivamente l’accusa di mafia ad opera della Cassazione, Carminati ha scontato più di due terzi della pena massima prevista per il reato più grave addebitatogli, cioè la corruzione, all’epoca – prima della riforma di Bonafede – punita con un massimo di otto anni.

Una precisa norma del codice di procedura penale (e un elementare principio di civiltà) stabilisce che un qualsiasi cittadino non possa essere trattenuto in galera oltre un certo tempo massimo senza una condanna definitiva. Rischierebbe di passare in carcere più tempo di quello stabilito da una eventuale condanna.

Lo dovrebbero capire, sia pure con qualche comprensibile sforzo, anche il ministro Bonafede e Morra. Se Carminati e gli altri imputati verranno condannati ad una pena maggiore, allora torneranno in galera per esaurire la condanna definitiva dopo che sarà celebrato il nuovo giudizio di appello e eventualmente un nuovo giudizio di Cassazione.

Come da copione però è cominciata la caccia al colpevole, che i più zelanti giustizialisti non hanno tardato ad individuare nella Corte di Cassazione (dopo che analoghe critiche avevano mosso anche al Tribunale). Ma questa è la logica da “Tecoppa” il personaggio popolare milanese che si arrabbiava di fronte all’avversario che non si lasciava infilzare.

I Tecoppa del giustizialismo ottuso, quello propagandato da trasmissioni come “Non è l’arena” (infatti: è una macelleria della civiltà) pretenderebbero che i giudici, quelli di merito come i Tribunali e quelli di legittimità come la Cassazione che fissa i principi di interpretazione corretta delle norme, dessero ragione e ratificassero senza nulla toccare le tesi delle procure, anche le più infondate.

Nel caso di Mafia Capitale l’effetto delle scarcerazioni di massa degli imputati è dovuto a una precisa e opinabile scelta di politica giudiziaria della Procura romana che ha perseguito il riconoscimento di una originale nuova teoria di “mafie indigene”, svincolata dal modello classico, quello che vede nell’esercizio di un diffuso potere di intimidazione del gruppo criminale sul territorio locale il tratto distintivo del marchio mafioso.
I pubblici ministeri romani hanno (legittimamente, certo) «inseguito» una nuova raffigurazione antropologica e sociale della Mafia a «bassa intensità» di violenza, e contrassegnata dal ricorso a una estesa e capillare corruzione.

Tale disegno, come si è spiegato qui, si è infranto contro una realtà di assai minore portata e ben lontana dai picchi criminali dei modelli tipici calabresi e siciliani.
Non c’entra nulla l’invocata «obbligatorietà dell’azione penale» con la quale si giustificano indagini anche strampalate: il tribunale di Roma aveva emesso condanne pesantissime, riconoscendo la gravità dei fatti corruttivi ed estortivi pur negando l’esistenza della tipica associazione mafiosa.
In uno dei molti paradossi di questa vicenda processuale, spicca il fatto che, dopo essere stato assolto in primo grado dall’accusa di mafia, Carminati pur sempre era stato condannato a ben 20 anni di reclusione.

Dunque era stata riconosciuta la fondatezza dell’azione penale, ma ciò stranamente non accontentava la procura capitolina che viveva la sentenza come uno smacco inaccettabile, fino al paradosso di gioire per la successiva decisione della Corte di Appello, presa a tambur battente e con insolita velocità, che abbassava notevolmente la condanna del «pericolo numero uno» da 20 a 14 anni, ma gli riconosceva l’etichetta di mafioso.
Ciò sembrava aver soddisfatto i pubblici ministeri, ma se non ci fosse stato l’appello non ci sarebbe stato alcun annullamento e allungamento del processo: oggi Carminati Buzzi e compagnia sarebbero in galera a scontare le cospicue pene per i reati “secondari” di cui sono stati riconosciuti definitivamente colpevoli e si parlerebbe di una brutta pagina di malaffare chiusa.

Appare evidente che la scelta della Procura romana guidata allora da Giuseppe Pignatone e ancora non squassata dallo scandalo de magistrato Luca Palamara sia stata una scelta “politica” (di prestigio giudiziario o di principio poco importa) e come tale è augurabile che se ne assuma le responsabilità senza legittimare una indecorosa caccia al “colpevole di turno” di cui si fa vessillifera purtroppo Repubblica con un articolo di una delle firme più prestigiose de quotidiano che addossa la colpa della scarcerazione agli otto mesi impiegati dalla Cassazione per redigere la sentenza.
Vero: sono tanti, ma sono assolutamente ininfluenti perché anche un cronista alle prime armi sa che in otto mesi non si sarebbero certo celebrati un nuovo processo di appello e un ulteriore giudizio di Cassazione, sicché Carminati sarebbe comunque stato scarcerato. Addirittura, secondo l’altro difensore di Carminati, Cesare Placanica, i termini sarebbero scaduti a marzo. Allora a che pro insinuare contro i giudici della Cassazione in uno dei momenti più bui della magistratura italiana?
E bene farebbe anche quel poco che resta della sinistra di governo a battere un colpo in difesa dell’indipendenza della giurisdizione coi fatti e non con le parole.

È diventata una triste abitudine quella di inviare ispettori ogni volta che si assumono da parte dei giudici decisioni non gradite al “popolo” e ai sondaggi, ebbene è ora di dare loro il giusto nome: queste sono intimidazioni che non possono essere tollerate. E si tollerarono critiche ingiuste al Tribunale che per primo decise ciò che ha confermato la Cassazione. Anche così si difende l’indipendenza della magistratura, o meglio: soprattutto così. 

(articolo di Cataldo Intrieri, pubblicato su Linkiesta del 17/06/2020)

 
 
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