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Mozart, è già fascismo? Il caso Turchia
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Articolo di Redazione
28 marzo 2019 10:57
 
Gli artisti vengono intimiditi, imprigionati, messi alle corde: il presidente turco Erdogan attacca il paesaggio culturale. Vuole tornare al passato.
Che rapporto c’è tra Mozart e il fascismo? E’ su questo che sta discutendo la Turchia da alcune settimane [fine 2018/primi 2019]. La controversia è stata provocata da presidente Erdogan, il quale, con grande sorpresa del Paese, si era recato a un concerto di musica classica del pianista e compositore Fazil Say. La cosa è sorprendente per due motivi: in primo luogo, Say è noto come critico duro dell’AKP di Erdogan. In passato i suoi concerti e le sue composizioni erano state vietate piuttosto spesso. In secondo luogo, il presidente non ha niente a che vedere con la musica classica europea.
L’attore Rutkay Aziz aveva commentato: “Splendido, ora sente qualcosa di Mozart e di Beethoven, è una cosa che fa bene”. Queste parole sono state sufficienti per ripulire il viso di Erdogan dalla vernice della tolleranza. E allora ecco che il nostro dice: “Costringere un presidente dello Stato ad ascoltare Mozart è il vertice del fascismo”. Costringere? Nessuno, proprio nessuno lo aveva costretto. E il fascismo? Con questo alludeva forse all’epoca del potere del partito unico. Infatti i fondatori della Repubblica erano convinti che un Paese moderno dovesse ascoltare anche la musica classica. Ismet Inönü, per esempio, l’eroe della guerra di liberazione, già nel 1910 ascoltava concerti col grammofono durante la Campagna dello Yemen. E quando Atatürk, nel 1914, ascoltò a Sofia un’opera per la prima volta, pensò di aver capito perché la Turchia era stata sconfitta nella guerra dei Balcani: “I bulgari hanno l’opera”.

Un anno dopo la fondazione della repubblica, nel 1923, fu istituito il seminario per insegnanti di musica, poco dopo trasformato in Conservatorio che fu diretto da Carl Ebert della Deutsche Oper di Berlino. Quando lo scià di Persia, nel 1934, venne in visita di stato ad Ankara, Atatürk fece comporre appositamente un’opera per dimostrare quanto la Repubblica fosse progredita. E, su suo ordine, alla radio doveva essere trasmessa solo musica classica occidentale al posto di quella classica turca con le sue reminiscenze ottomane.
Il successivo presidente dello Stato, Ismet Inönü non tralasciava alcun concerto sinfonico e prendeva lezioni di violoncello a casa propria. Negli istituti comunali e nei centri di formazione per insegnanti sorti dopo il 1940 tutti gli alunni ricevevano lezioni di mandolino, violino e flauto. La fondatrice del Balletto reale britannico, Ninette Valois, dette vita, nel 1947, alla prima scuola di danza della Turchia.
Quando, tuttavia, nel 1950, si arrivò alle prime elezioni libere e i riformisti furono sconfitti, tutte queste iniziative ebbero fine: Carl Ebert abbandonò il suo incarico, i vertici dello Stato non andarono più ai concerti, i seminari per gli insegnanti di musica classica chiusero.

Erdogan considera l’epoca della fondazione come una fase repressiva, in cui il popolo turco era stato costretto ad accettare una cultura a lui estranea. E’ questo che lui intende per “fascismo”. Nel 1994, dopo la sua elezione a sindaco di Istanbul, una giornalista gli chiese se avesse problemi a darle la mano se fosse stata una danzatrice. Lui replicò che in tal caso le avrebbe raccomandato di cambiare professione, le sue figlie, per fortuna, non avevano di queste ambizioni.
Questo era l’Erdogan che sosteneva i “musulmani democratici” in Europa. Nei primi tempi si sforzò di nascondere quanto fosse davvero radicale. Ma, non appena prese in mano le redini del potere, attaccò subito frontalmente tutti i simboli della cultura occidentale presenti in Turchia.
Così, nel 2011, fece smantellare il monumento all’Umanità eretto a Kars [e dedicato all’amicizia armeno-turca], perché, secondo lui, era una “mostruosità”. Sulle piazze di molte città le sculture raffiguranti persone prima furono oltraggiate definendole “peccato” e poi sostituite con altre sculture prive di gusto. Fu abbattuta anche l’Opera in piazza Taksim, dove era cominciata la rivolta del parco Gezi. Seguirono attacchi contro vernissage nelle gallerie d’arte, in cui si mescevano bevande alcoliche, e contro concerti di musica classica nel palazzo presidenziale. Per le serie televisive, che mostravano consumo di alcool o scene di baci, piovvero all’improvviso le multe: chi fa baciare appassionatamente gli attori deve pagare l’equivalente di quasi 40.000 euro. Velocemente questo fatto fece sì che sugli schermi televisivi non comparisse più una donna in decolleté e nessuno baciasse o bevesse più. Nell’estate scorsa uno sceneggiatore turco mise in chiaro la cosa: “Noi dobbiamo pensare che il presidente potrebbe guardare, e così scriviamo in modo che non si senta disturbato. E’ come se sulle nostre teste si librasse un grande occhio”.
I caricaturisti, che hanno disegnato con umorismo questo “grande occhio”, si sono ritrovati in tribunale. Soltanto nel mese scorso [dicembre 2018] i leggendari comici turchi, oggi ottantenni, Müjidat Gezen e Metin Akpinar sono stati prelevati dalla polizia di prima mattina e portati in procura, dopo che avevano criticato Erdogan in una trasmissione televisiva. I libri degli oppositori di Erdogan trovano ancora a mala pena case editrici. La settimana scorsa è stato presentato in Parlamento un progetto di legge per poter verificare l’idoneità dei film prima che arrivino nei cinema.

Erdogan sta vessando dunque tutto il paesaggio culturale: musica, cinema, serie TV, caricature, letteratura, scultura. Comunque non gli è finora riuscito di sostituire con qualcosa di nuovo la cultura, che egli vuole distruggere. Solo il mese scorso [dicembre 2018] ha ammesso in una assemblea di aver fatto molto negli ultimi 16 anni, ma di non avere raggiunto nella politica culturale lo scopo desiderato. In questo potrebbe giocare un ruolo il fatto che alla cultura basata sull’obbedienza, che Erdogan ha in mente, manca quello sguardo critico che è imprescindibile proprio per l’arte e per la cultura. Il partito di governo cerca aiuto, tentando di portare via artisti alla “Controcultura”. La pressione dei potenti così come le minacce di punizioni costringono alcuni artisti a conformarsi o almeno a restare “neutrali”.
La Turchia viene costretta, in tal modo, a una trasformazione culturale antioccidentale.

(Articolo di Can Dündar su “Die Zeit” n. 5/2019 del 24 gennaio 2019)
 
 
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