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Riscaldamento climatico. La battaglia dei 2 gradi e’ gia’ persa?
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Articolo di Redazione
31 ottobre 2017 17:24
 
  La battaglia del clima non e’ ancora persa, ma e’ stata intrapresa male. A questo stadio, esiste uno “scarto catastrofico” tra l’impegno preso dagli Stati per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra e gli sforzi necessari per rispettare l’accordo di Parigi adottato dalla COP21 a dicembre del 2015 -cioe’ contenere l’aumento della temperatura del Pianeta “nettamente al di sotto di 2 gradi in rapporto ai livelli preindustriali”, cercando di limitarlo a 1,5 gradi. E’ la messa in guardia che l’ONU Ambiente (ex Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) lancia in un rapporto pubblicato oggi 31 ottobre.
Non e’ il primo preallarme lanciato dall’organizzazione, che si appoggia su una larga rete internazionali di scienziati. Ma assume un tono particolarmente pressante, a qualche giorno dall’apertura della COP23 (dal 6 al 17 novembre a Bonn, in Germania) e dopo un’estate da cataclisma, durante la quale si sono succeduti uragani, inondazioni e incendi, che hanno mostrato la vulnerabilita’ dei Paesi ricchi e di quelli poveri alla deregolamentazione climatica.
Un terzo del percorso
Comunque una buona notizia viene confermata: le emissioni mondiali annuali di CO2 derivate dalla combustione delle risorse fossili (carbone, petrolio e gas) e dall’industria cementiera, che rappresentano il 70% dei totale delle emissioni di gas ad effetto serra, si sono stabilizzate dal 2014, ad un po’ meno di 36 miliardi di tonnellate (Gt). Questo si spiega grazie ad una minore crescita del ricorso al carbone in Cina, ma anche in Usa -i due piu’ grossi inquinatori del Pianeta- e per lo sforzo congiunto delle filiere rinnovabili, a partire dal solare, particolarmente in Cina e in India.
Tuttavia, nota il rapporto, questa stabilizzazione e’ stata osservata solo in un corto periodo e la tendenza “potrebbe invertirsi se la crescita dell’economia mondiale accelerasse”. Inoltre, il bilancio e’ piu’ mitigato se si considera non solo il CO2 ma anche il metano e l’insieme dei gas ad effetto serra, ugualmente prodotti dall’agricoltura, i cambiamenti d’uso dei terreni e la deforestazione. Il totale delle emissioni, rispetto alle circa 52 Gt di equivalente CO2 nel 2016, marca anche un leggero progresso in rapporto agli anni precedenti.
Si e’ quindi molto lontani dal calo drastico delle emissioni indispensabili per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi. Al fine di contenere il riscaldamento sotto i 2 gradi, bisognerebbe pianificare le emissioni mondiali a 42 Gt nel 2030, calcolano gli esperti. E raggiungere al massimo i 36 Gt per conservare la speranza di restare sotto la barra di 1,5 gradi. Recenti studi scientifici -di cui ONU Ambiente indica che ne terra’ conto nei prossimi rapporti- sostengono anche che bisognerebbe in realta’ giungere ad un livello piu’ basso, di circa 24 Gt nel 2030, per evitare l’imballamento climatico.
Gli impegni presi nel 2015 da parte dei 195 Paesi che avevano partecipato all’accordo di Parigi, 169 dei quali hanno ratificato, non permetterebbe che di “raggiungere un terzo” del percorso, dice il rapporto. Se tutti gli Stati rispettassero l’integralita’ delle loro promesse, anche se condizionate dall’ottenimento dei finanziamenti internazionali e non vincolanti, la Terra si incamminerebbe oggi verso un aumento del termometro di 3/3,2 gradi alla fine del secolo. Senza sforzi supplementari, nel 2030, l’umanita’ avra’ consumato l’80% del suo “budget carbone”, cioe’ la quantita’ di CO2 che puo’ ancora emettere nell’atmosfera senza superare i 2 gradi di sovrariscaldamento. Ed avra’ esaurito la totalita’ del budget che gli avrebbe permesso di non andare oltre 1,5 gradi.
In parole povere: “e’ urgente accelerare l’azione a breve termine e di rafforzare le ambizioni nazionali a lungo termine”. Il tempo e’ limitato: “e’ chiaro che se lo scarto tra le riduzioni di emissioni necessarie e gli impegni dei Paesi non sono a pieno ritmo da qui al 2030, e’ estremamente improbabile che l’obiettivo del riscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi possa ancora essere raggiunto”, dice il rapporto.
“La situazione e’ molto preoccupante, dice il climatologo Jean Jouzel, ex-vicepresidente del gruppo di lavoro scientifico del Gruppo di esperti intergovernativi sull’evoluzione del clima (GIEC). I primi bilanci delle politiche nazionali mostrano che globalmente siamo bel al di sotto dell’impegno preso a Parigi, E, senza gli Usa, sara’ molto difficile domandare agi altri Paesi di rinfocolare le ambizioni. In ogni caso, “e’ molto lontano l’obiettivo: per far si’ che ci sia una possibilita’ di restare sotto i 2 gradi, bisognerebbe che il picco delle emissioni si attesti al massimo entro il 2030”.
Da qui l’appello delle Nazioni Unite a dare fiato ad un “dialogo di facilitazione”, previsto dall’accordo di Parigi tra le parti firmatarie, nel 2018, per rivedere verso l’alto i contributi nazionali, che devono essere in previsione dei cinque anni successivi. “La maggior parte dei Paesi del G20, sottolinea il rapporto, hanno bisogno di nuve politiche ed iniziative per tener fede al loro impegno” Nell’autunno del 2018 il GIEC dovra’ pubblicare un rapporto speciale sulla possibilita’ o meno di non superare il livello di 1,5 gradi, nonche’ sulle conseguenze di un riscaldamento di maggiore ampiezza.
“Opportunita’”
L’ONU Ambiente vuole pertanto restare ottimista. Secondo lui, e’ ancora “possibile” evitare il surriscaldamento generalizzato. “Una rottura con le tecnologie e gli investimenti puo’ indurre le emissioni, creando immense opportunita’ sociali, economiche ed ambientali” assicura il suo direttore, il norvegese Erik Solheim.
La soluzione piu’ radicale e’ conosciuta: lasciare sotto terra tra l’80 e il 90% delle riserve di carbone, la meta' di quelle di gas e circa un terzo di quelle di petrolio. Quello che suppone, in prima priorita’, di non costruire nuove centrali a carbone e di programmare il blocco delle circa 6.700 oggi in servizio.
Ma, continua il rapporto, altre leve devono essere azionate. Agendo volontariamente in tutti i settori economici, si avrebbe da 30 a 40 Gt all’anno che potrebbero essere risparmiate all’atmosfera. Non solo, la promozione di filiere solari ed eoliche, il miglioramento dell’efficacia energetica, lo sviluppo di modalita' di trasporti alternativi, la fine della deforestazione e il rimboschimento, potrebbero far calare le emissioni annuali di 22 Gt. L’umanita’ non ha ancora sparato tutte le sue cartucce. Ma e’ entrata nella zona di ogni pericolo.

(articolo di Pierre Le Hir, pubblicato sul quotidiano le Monde del 31/10/2017)
 
 
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