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Smart City e diritti del cittadino: la nuova frontiera dello sviluppo urbano
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Articolo di Vincenzo Donvito, Massimo Lensi *
24 novembre 2018 8:19
 
L’aggettivo “smart” è la quintessenza di questa era digitale. E non c’è dubbio che la declinazione smart city (città intelligente) sia una delle definizioni più rilevanti tra quelle che hanno catturato l’immaginario pubblico nell’ultimo decennio. Tutto è iniziato nel 2010 a Rio de Janeiro, la città che ha svolto il ruolo di pioniere nell’implementare le tecnologie digitali allo scopo di innovare e ottimizzare i servizi pubblici. Si è dato il via così a un nuovo modello urbano che viaggia sulle reti globali di connessione veloce, sviluppato però all’interno di un ecosistema digitale chiuso. Altre città hanno poi proseguito estendendone i tratti caratteristici per rendersi più allettanti agli occhi della classe creativa imprenditoriale e commerciale. Rotterdam, Dubai, Il Cairo, e, in Italia, Milano, Trento, Varese e Firenze. La sintassi della frontiera tecnologica urbana che si va affermando è che le città intelligenti attraggono cittadini intelligenti, i quali, a loro volta, stimolano l’arrivo di soldi intelligenti. Oggi tutto deve essere smart: frigoriferi, telefoni cellulari, abitazioni, automobili, biciclette e perfino le panchine. L’iperconnessione è ormai divenuta un modello collettivo di vita sociale e amministrativa.

Un simile modello di sviluppo impone, però, anche nuove riflessioni nel campo dei diritti delle persone e delle loro tutele in campo giuridico e costituzionale. La ricerca su come estendere lo Stato di Diritto all’era digitale permea le riflessioni di chi sta muovendo le prime critiche alle città intelligenti e alla loro invasività nella sfera individuale dei cittadini. Un’attenzione critica che smaschera la visione utopistica della propaganda sulle smart cities per la mancanza di connessione con i problemi reali delle persone, come sostengono Francesca Bria e Evgeny Romazov nel libro “Ripensare le Smart City”. Altri autori, invece, evidenziano l’ossessione delle città intelligenti per la sorveglianza e il controllo, o la necessità – sin qui in genere disattesa - di porre da subito i cittadini, e non le aziende e gli urbanisti, al centro del processo di sviluppo delle smart cities.

Certo è che, mentre la discussione è aperta, i modelli di città intelligenti iniziano a prendere campo un po’ ovunque. L’indagine sui legami tra le infrastrutture digitali - sensori, schermi, algoritmi, smartphone, camere di sorveglianza, meta e big data, o quant’altro modifichi il paesaggio tecnologico delle città - è in corso. Il legislatore sarà presto chiamato a colmare le lacune già evidenti. Il cittadino deve, innanzitutto, tornare a essere soggetto fondatore e partecipe della città, non oggetto della speculazione smart. I diritti individuali e sociali delle persone devono trovare tutela anche di fronte alla flessibilità semiotica - qualcosa sta per qualcos’altro - dei processi di comunicazione nel nuovo modello amministrativo, e riparo dalla invasione delle Smart City Control Rooms già attive presso numerose amministrazioni comunali.

I diritti del cittadino, in quanto persona dotata di soggettività giuridica e utente dei servizi della città smart, dovranno essere riorganizzati, aggiornati e implementati. La sfida che si pone con urgenza è, infatti, quella di evitare il sorgere di un nuovo sotto-proletariato urbano digitale, privo di consapevolezza dei diritti e delle tutele che gli appartengono e asservito a un modello mercantilista che lentamente sta distruggendo l’identità civica di numerose città europee. Poiché è innegabile che almeno sin qui, il motore di questa nuova sovranità digitale comunale che prende il nome di Smart City, stia tutto nel commercio.

“Tutti vivono per vendere qualcosa”, sosteneva Robert Luis Stevenson. Diritti e tutele però non possono essere trattati al pari di merci, pena lo sgretolamento della città, mercato compreso.

* presidente Associazione Progetto Firenze 
 
 
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