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Il turismo fa aumentare l'inquinamento
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Articolo di Redazione
9 maggio 2018 12:40
 
 Nel 2017, il turismo internazionale e’ aumentato del 7%, cioe’ “il migliore risultato mai raggiunto negli ultimi sette anni”, ha detto all’inizio dell’anno l’Organizzazione mondiale del Turismo, che prevede per il 2018 una nuova crescita tra il 4 e il 5%. Ma l’istituzione dell’ONU non dice nulla prendendo in considerazione lo spostamento delle persone: il loro impatto ambientale ha cominciato, nello specifico, a dare un contributo al riscaldamento globale.
Uno studio di alcuni ricercatori australiani, cinesi e indonesiani, pubblicato lo scorso 7 maggio sulla rivista “Nature Climate Change”, fa sapere che “il contributo carbone” del turismo mondiale e’ considerevole. Secondo i loro calcoli, questa attivita’ e’ responsabile di circa l’8% del totale delle emissioni di gas ad effetto serra di tutto il Pianeta. Una percentuale tre volte superiore alle valutazioni precedenti, che erano in una forchetta tra il 2,5 e il 3%. Per fare un confronto, il trasporto marittimo rappresenta il 3% di emissioni mondiali di CO2.
Per arrivare a questi risultati, Manfred Lenzen (Universita’ di Sydney, Australia) e i suoi colleghi hanno raccolto dei dati sui flussi turistici di oltre 160 Paesi nel corso del periodo 2009-2013. L’originalita’ del loro approccio e’ di aver contabilizzato non solo le emissioni direttamente connesse ai trasporti (cioe’ la combustione di kerosene degli aerei e la benzina o il gas delle autovetture), ma anche quelle legate ai beni e ai servizi consumati dai viaggiatori, sia per la ristorazione che per gli alberghi e i diversi tipi di acquisto.
Sommando tutti questi elementi, i ricercatori stimano che le emissioni mondiali imputabili al settore turistico siano passate da 3,9 miliardi di tonnellate di CO2 del 2009, a 4,5 miliardi di tonnellate nel 2013. Occorre precisare che queste cifre includono anche gli spostamenti professionali, che in questo studio non vengono considerati a parte.
Conto dei benefici economici
Piu’ che quelli dei viaggi internazionali, sono i tragitti e i soggiorni interni ad essere fonte di gran parte delle emissioni di carbone. Senza alcuna sorpresa, gli americani sono quelli con maggior peso in questo bilancio, poiche’ sono all’origine di una quarto delle “emissioni turistiche”. Sono seguiti dai cinesi, dove le classi emergenti sono sempre piu’ viaggiatrici. Nei primi 10 Paesi inquinatori, arrivano poi la Germania, l’India, il Messico, il Brasile, il Canada, il Giappone, la Russia e il Regno Unito.
Gli autori attirano l’attenzione sulla situazione degli Stati insulari, come le Maldive, le Seychelles, la Repubblica di Mauritius o la Repubblica di Cipro, che rappresentano destinazioni esotiche molto frequentate dai vacanzieri e dove il turismo di massa genera “dal 30 all’80%” delle emissioni nazionali di CO2. Una cortropartita chiaramente pagata con la ricaduta economica dell’afflusso dei visitatori.
Fino ad oggi, sottolineano i ricercatori, gli sforzi per ridurre il “prezzo carbone” del settore turistico non sono stati sufficienti ad invertire la curva. Il trasporto aereo e’ in primo piano. Ad ottobre del 2016, i 192 Paesi membri dell’Organizzazione dell’aviazione civile internazionale si sono impegnati a monitorare le emissioni di questa attivita’ -che non e’ parte dell’accordo sul clima di Parigi- facendo si’ che il livello del 2020 sia lo stesso nel 2035. Ma, a medio termine, la crescita continua del turismo mondiale, aiuta la crescita del livello di vita dei Paesi emergenti, e questo lascia presagire un aggravamento del suo impatto ambientale.
“Prevediamo che il turismo costituira’ una parte crescente delle emissioni di gas ad effetto serra”, dicono gli autori. Per stimolare a viaggiare meno, o meno lontano, l’unica soluzione sembra che sia -come suggeriscono- una tassazione del carbone che faccia lievitare i costi degli spostamenti. Raffreddare i turisti, quindi, per non riscaldare ulteriormente il clima.

(articolo di Pierre Le Hir, pubblicato sul quotidiano Le Monde del 09/05/2018)
 
 
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