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Il paradosso della consulenza finanziaria
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Editoriale di Alessandro Pedone
23 marzo 2016 15:30
 
 E’ stato da poco pubblicata, nei quaderni di finanza della Consob, uno studio che indaga il rapporto fra la richiesta di consulenza finanziaria, le competenze finanziarie e la così detta “overconfidence” (un concetto difficilmente traducibile in italiano con una sola parola, si potrebbe tradurre con “eccesso di affidamento sulle proprie conoscenze”) dei soggetti analizzati, un campione di circa mille persone.
Le conclusioni di questo studio sono, in parte, controintuitive.
I ricercatori, infatti, hanno verificato che le persone meno acculturate finanziariamente – che sono anche le persone che avrebbero maggiormente bisogno – sono quelle che richiedono meno il servizio di consulenza finanziaria, mentre, al contrario, le persone con maggiore cultura finanziaria sono quelle che avvertono di più la necessità di consulenza.
Lo studio è molto interessante anche per diversi altri aspetti non indicati nella sintesi (che purtroppo è l’unica parte in italiano, il resto della ricerca è in inglese) ma l’aspetto chiave è sicuramente questo presunto paradosso.
 
Una lettura estensiva di questa ricerca potrebbe portare a ritenere che la consulenza finanziaria non possa sopperire alla scarsa cultura finanziaria e quindi –ai fini di tutelare il risparmio - sarebbe più importante favorire l’educazione finanziaria che la consulenza finanziaria.
Si tratterebbe di una lettura sbagliata.
Le persone meno acculturate finanziariamente non richiedono il servizio di consulenza finanziaria per la semplice ragione che in maggioranza ne ignorano l’esistenza. Quei pochi che conoscono questa possibilità credono (solo in parte con qualche ragione) che si tratti di un servizio rivolto a chi ha patrimoni molto consistenti.
 
Allo stato dei fatti, né la consulenza né l’educazione finanziaria possono effettivamente risolvere il problema della tutela del risparmio.
La consulenza finanziaria, di fatto, è un servizio ancora marginale. Con adeguate politiche (il premio Nobel per l’economia Robert Shiller, ad esempio, ha proposto di agevolare fiscalmente il servizio di consulenza finanziaria indipendente retribuita a parcella su base oraria) potrebbe diventare uno strumento importante per la tutela del risparmio, ma ad oggi rimane un servizio sostanzialmente marginale destinato a “pochi fortunati”.
L’educazione finanziaria, invece, rimane una chimera, specialmente in una nazione come l’Italia che ha questi enormi tassi di analfabetismo funzionale. 
 
La soluzione più efficace per la tutela del risparmio rimane quella di uno stravolgimento dei principi stessi che oggi informano le norme del diritto finanziario. Dobbiamo prendere atto che il principio della disclosure (ovvero informare il cliente) è un caposaldo necessario ma non sufficiente. Ha ampiamente fallito lo scopo di tutelare gli investitori. Servono politiche molto più attive rispetto al semplice “informare”. Servirebbe, ad esempio, che l’autorità di vigilanza ci mettesse la faccia prima, in fase di scelta, facendo un elenco di investimenti consigliati “standard” per esigenze “standard”. I noiosissimi “pistolotti” di educazione finanziaria, presenti anche nel sito della Consob, possono essere utili ad un numero molto residuale di persone.
Servirebbe che gli strumenti finanziari che richiedono competenze specifiche non possano essere collocati se non a clienti con comprovata esperienza oppure assistiti da professionisti che se ne assumono la responsabilità. Servono, insomma, politiche attive che orientino i comportamenti.
 
Purtroppo si deve constatare che la direzione verso la quale stanno andando le norme è esattamente opposta. In Italia si sta cercando di fare confusione fra la consulenza strumentale alla vendita e la vera consulenza, quella indipendente nella quale il soggetto è un terzo e non un intermediario finanziario.
La tutela del risparmio rimane un bell’articolo della “costituzione più bella del mondo”, un tema sul quale si fanno dotti convegni e belle ricerche, ma quando si va a stringere, si vede che i risparmi degli italiani vengono sistematicamente saccheggiati dagli intermediari finanziari.
 
 
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