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Rsa. Il Comune di Firenze ha in tasca 28 milioni di euro che non gli appartengono. I parenti dei degenti costretti a sborsarli devono essere rimborsati
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Articolo di Emmanuela Bertucci
19 novembre 2008 0:00
 
Ricordo le prime persone che venivano nel nostro studio per chiedere informazioni sulla vicenda RSA. Raccontavano che gli assistenti sociali chiedevano la documentazione dei redditi di tutta la famiglia (compreso un saldo del conto corrente bancario), mariti, mogli, figli, coniugi dei figli e nipoti. Ricordo il fastidio con cui alcuni di loro mi hanno chiesto: "Ma non ci sono norme sulla privacy? Questa procedura ha creato tensioni in famiglia, perche' dovendo presentare i redditi di tutti sono saltati fuori degli scoperti sul conto corrente di mio fratello, che per imbarazzo non aveva parlato con noi familiari dei suoi problemi finanziari".
Ricordo con che aria sbigottita, dopo aver sentito che per legge loro non erano tenuti a pagare nulla, mi dicevano: "Avvocato, si sta sbagliando, le cose non stanno come dice lei, l'assistente sociale non puo' averci detto una bugia". No, l'assistente sociale non aveva detto una bugia, aveva solo applicato il regolamento. Un regolamento che illegittimamente andava a pescare nelle tasche delle persone.
Ricordo, infine, durante una conferenza sul tema a Pontedera – circa un mese fa - un acceso dibattito con il presidente della Societa' della Salute della Valdera, Renato Lemmi che, dopo aver elogiato l'operato nella sua zona si e' sentito replicare da noi che c'era poco da elogiare, perche' anche il regolamento della Valdera chiede soldi ai parenti dei degenti, e mi apostrofo': “Avvocato, ma lei ha mai fatto una causa contro un comune della Valdera?”. “No”. “Ecco, allora finche' non c'e' una sentenza che ci condanna il nostro regolamento e' legittimo”. La mia risposta chiuse le conferenza, fra le urla del Lemmi: Quanto dice e' estremamente grave, indice della diffusione istituzionale di una cultura di illegalita' . E' inaccettabile che il rappresentante di una istituzione sostenga: finche' non mi fermano i tribunali io vado avanti”.
Questa e' la scelta politica dei comuni di Italia: chi vuole far valere i suoi diritti dovra' andare in Tribunale, pagare degli avvocati, attendere una sentenza; fino a quel momento le istituzioni agiranno indisturbate.
Non e' un caso che della legge regionale in corso di approvazione si sia sentita “l'esigenza” proprio quando e' iniziata la prima causa davanti al Tribunale amministrativo della Toscana. Prima nessuno sapeva nulla, prima i cittadini si fidavano pienamente dei servizi sociali, e non stavano ad indagare piu' di tanto. Ora che la gente inizia a sapere quanti soldi ha regalato al Comune di Firenze, una serie di possibili ricorsi a pioggia ha smosso le acque. “Ora” e' necessario intervenire con una legge regionale che dia ragione ai Comuni!!!
E la legge regionale Toscana, pensata da Vinicio Biagi (neo direttore del Dipartimento regionale di Sanita'), e in corso di approvazione davanti alla IV Commissione (Sanita' – assistenza - edilizia ospedaliera), e' anch'essa illegittima poiche' prevede che “la quota di compartecipazione dovuta dall'assistito ultrasessantacinquenne e' calcolata tenendo conto altresi' della situazione reddituale e patrimoniale del coniuge e dei parenti in linea retta entro il primo grado”. Una legge regionale non puo', in questo ambito, violare una legge nazionale.
Ammesso che il testo della legge rimanga quello attuale, e che la Regione non ci ripensi, si potra' sempre fare ricorso al TAR, ma i tempi si allungheranno, perche' il TAR non puo' dichiarare l'illegittimita' di una legge regionale, ma sara' necessario sollevare una questione di legittimita' costituzionale, perche' in materie come questa una legge regionale non puo' andar contro la legge nazionale.
La sentenza del TAR Toscana ha suscitato diverse reazioni politiche, tutte di plauso, tutti si prendono il merito di denunciare il problema da anni. “L'avevamo detto! Finalmente si ristabilisce un diritto dei cittadini!”. Cosi' Anna Nocentini (Rifondazione comunista), la cui memoria breve ha cancellato la proposta di legge preparata dall'ex Ministro della solidarieta' sociale Paolo Ferrero. Infatti - nonostante una risposta ad interrogazione parlamentare (presentata dall'on. Donatella Poretti) cui il Ministero rispose dandoci ragione e ammettendo che se la norma non appariva chiara era colpa dei Comuni che si erano opposti all'emanazione di un DPCM chiarificatore - il Ministro Ferrero presento' a tempo record un progetto di legge che modificava la norma nazionale, dando ragione ai Comuni. Altro che ristabilire il diritto dei cittadini!
Oggi, infine, sono comparse alcune repliche in cui si evidenziano le difficolta' economiche dei Comuni alle prese con i nuovi tagli decisi dal Governo, e si “paventa” che questa sentenza comportera' meno posti letto per gli anziani. “Se i Comuni devono pagare quasi tutto, accoglieranno meno anziani, bravi avvocati – bel risultato!” No, la legge nazionale nel sancire che i Comuni devono accollarsi il 50% della quota, salva l'eventuale compartecipazione dei degenti, ha creato una sorta di vincolo di bilancio indiretto sui Comuni: i Comuni devono reperire le somme necessarie. Al Comune resta allora la scelta su come reperire i fondi: pago le rette per gli anziani o organizzo in modo pantagluerico l'Estate fiorentina? Pago le rette per gli anziani o spendo soldi per la costruzione di un parcheggio tipo Piazza Alberti, perennemente vuoto e quindi soldi spesi male?
Gli esempi potrebbero continuare. Il senso della nostra battaglia sta nel rispetto della legalita': se c'e' una legge, va rispettata. Dovra' essere il legislatore nazionale, se intende dare ragione ai Comuni, a fare una nuova legge, contraria a quella attualmente in vigore, in cui si chiedono soldi ai parenti dei degenti. Una legge in cui si ammetta, a livello nazionale, che per questo Paese gli anziani non sono poi cosi' importanti.


* legale Aduc
 
 
 
 
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