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Il Governo svia sui dazi di Trump attaccando il Green deal, mentre la Spagna stanzia 14,1 miliardi di euro
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Articolo di Redazione
4 aprile 2025 14:35
 
Il Governo ripete la bufala della transizione ecologica che affossa automotive ed energia, invece gli spagnoli crescono puntando proprio su auto elettriche e fonti rinnovabili


In tutta Europa i leader politici dell’estrema destra sono rimasti spiazzati dalla mossa del loro omologo statunitense, il presidente Donald Trump, che ha deciso di imporre dazi indifferenziati al 20% sui prodotti in arrivo da tutti gli Stati membri dell’Ue: vale anche per Giorgia Meloni.

La presidente del Consiglio ha rilasciato sui canali ufficiali solo una stringatissima dichiarazione dove, con uno sforzo d’equilibrismo, valuta l’introduzione dei dazi «una misura sbagliata che non conviene a nessuna delle parti», affermando che «faremo tutto quello che possiamo per lavorare a un accordo con gli Stati Uniti, con l'obiettivo di scongiurare una guerra commerciale che inevitabilmente indebolirebbe l’Occidente a favore di altri attori globali. In ogni caso, come sempre, agiremo nell’interesse dell’Italia e della sua economia, anche confrontandoci con gli altri partner europei».

Nella breve intervista rilasciata ieri al Tg1, Meloni ha provato prima a sminuire il problema – affermando che «non dobbiamo alimentare l’allarmismo» – e infine sviato l’attenzione rispolverando il nuovo nemico antropologico dell’estrema destra: l’ambientalismo. Secondo la presidente dovremmo «rimuovere i dazi che l’Unione europea si è autoimposta», citando ad esempio «le regole ideologiche e non condivisibili sul settore dell’automotive del Green deal – l’automotive oggi è colpito dai dazi» e «l’energia che è un fattore di competitività sul quale dobbiamo avere molto più coraggio».
Un messaggio ribadito nel question time al Senato dal ministro delle Imprese, Adolfo Urso, per il quale «occorre l'immediata sospensione di quelle regole del Green deal che hanno portato al collasso l'industria delle auto, peraltro la più colpita dai nuovi dazi americani. Chiediamo di realizzare un immediato shock di deregulation che liberi da lacci e lacciuoli le imprese europee», tutto questo peraltro mentre la Commissione Ue ha deciso di rinviare al 2027 le sanzioni previste già quest’anno per il mancato rispetto sui limiti di emissioni di CO2 per le auto e i furgoni nuovi.

Peccato che si tratti di proposte completamente slegate dai dati di realtà, in modo speculare a come lavora l’estrema destra trumpiana al di là dell’Atlantico. Ormai non solo gli ambientalisti, ma le stesse case automobilistiche affermano che «attribuire la crisi del settore auto al Green deal è una narrazione fuorviante» e che «non vi è dubbio che il Green deal non sia la causa della crisi», come ribadito più volte anche dall’Unione nazionale rappresentanti autoveicoli esteri (Unrae), ovvero l’Associazione delle case automobilistiche estere che operano in Italia.
Tra i motivi c’è piuttosto il forte aumento del costo delle auto mentre sale il rischio di povertà ed esclusione sociale nel Paese (che riguarda oggi 13,5 milioni di persone) e l’assenza di politica industriale da parte del Governo, che ha tagliato brutalmente le risorse del Fondo Automotive: sono passate dagli 8,7 miliardi di euro inizialmente previsti entro il 2030 a soli 450 milioni nel 2025 e 200 milioni annui per gli anni successivi.

Lo stesso vale per l’energia: il caro bollette è legato a doppio filo ai costi del gas fossile, che tramite il meccanismo del prezzo marginale fissano anche il prezzo dell’elettricità per la maggior parte delle ore. Altri Paesi l’hanno capito: la Germania sta installando rinnovabili sette volte più velocemente dell’Italia, e se avessimo seguito il suo esempio nell’ultimo quadriennio avremmo risparmiato 49,4 miliardi di euro. Un dato che sale a 74 miliardi di euro guardando alla Spagna, che oggi è tra le economie più in crescita d’Europa.  

E proprio dal Governo spagnolo arriva adesso l’esempio di come uno Stato membro dell'Ue (a guida progressista, in quel caso) può rispondere con efficacia ai dazi trumpiani, oltre a lavorare di squadra coi propri partner europei. Anziché accusare il Green deal per la crisi automotive, il primo aprile il Consiglio dei ministri spagnolo ha prorogato il Programma di incentivi alla mobilità elettrica (Moves III), che prevede 400 milioni di euro per gli acquisti di veicoli elettrici effettuati dal 1° gennaio al 31 dicembre 2025, arrivando a coprire fino a 7.000 euro per i veicoli passeggeri o fino al 70% del costo di un punto di ricarica per i privati.

Ieri il presidente Pedro Sánchez, che in passato è stato professore universitario di Storia del pensiero economico a Madrid ed evidentemente ricorda bene gli effetti del protezionismo statunitense negli anni tra le due guerre mondiali, ha poi annunciato un Piano di risposta e rilancio commerciale da 14,1 miliardi di euro per «attenuare gli impatti negativi della guerra commerciale lanciata dall'amministrazione Trump e creare uno scudo per proteggere la nostra economia».

Il piano mobiliterà 7,4 miliardi di euro di nuovi finanziamenti, oltre a mettere a sistema altri 6,7 miliardi di euro da strumenti già esistenti: «Il governo spagnolo – spiega Sánchez – non starà ad aspettare e vedere cosa succederà nei prossimi giorni. Risponderemo in modo proattivo, per essere preparati, con l'immediato dispiegamento del piano, in modo che se la tempesta dovesse scoppiare, la Spagna abbia un doppio ombrello: quello europeo e quello spagnolo». All’Italia del Governo Meloni, invece, sembra resti a disposizione solo il celebre ombrello di Altan.

(Luca Aterini su Greenreport del 04/04/2025)

 
 
 
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