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Il Rinascimento e il bluff della vecchia politica? L’esempio di Firenze e non solo
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Articolo di Vincenzo Donvito
30 giugno 2020 13:40
 
  La grande crisi economica e culturale di tutte le cosiddette città d’arte (praticamente quasi tutte in Italia) sta cominciando a girare su se stessa. Gli attori di questa crisi, i politici e gli economisti, si guardano nello specchio, ammirano i pizzi e vecchi merletti che continuano ad indossare finché l’accumulo del conto in banca reggerà, esprimono apprezzamenti per la loro rifinitura, e cercano di capire come rinvigorirli e farli rigermogliare. Tutto questo accade nel chiuso di una stanza, dove l’unica funzione delle finestre è quella del ricambio dell’aria e della luce, ma non quello di guardare cosa accade nelle strade su cui queste finestre si affacciano.

Nel contempo, oltre che ammirare se stessi e la propria bravura, pensano e ripensano, parlano e scrivono sui media che hanno fomentato e alimentato coi capitali accumulati in passato. Media che, come accade in tutti i sistemi feudali, ben reagivano ad arte per beatificare il loro mestiere e quelli delle loro corti e dei loro feudatari. In una sorta di equilibrio dei nuovi regimi che la politica chiama destra, centro-destra (anche senza trattino), centro, sinistra, centro-sinistra (anche qui con trattino opzionale). Con il corollario delle esternazioni estremiste – di destra e sinistra e centro – e delle loro espressioni talvolta violente e intolleranti.

Il nuovo Rinscimento?
Il dibattito sui media per il nuovo rinascimento (come pomposamente alcuni dotti lo apostrofano) è un parlarsi tra sé.
Ecco che si rimettono in movimento gli stessi che, con la loro politica e le loro scelte economiche del periodo pre-crisi, avevano creato un modello che alla prima buca di una certa profondità (coronavirus) ha forato la ruota. E cercano di spiegare e dispiegare e rispiegare come far rinascere (rinascimento) il modello che aveva dato ricchezza e lustro, alla politica e all’economia. Nell’esempio fiorentino, i politici e gli economisti si domandano: abbiamo grandi spazi vuoti nel centro storico – ndr. pieni anche di erbacce-? E si rispondono: Facciamo centri culturali e scuole di hotelleria, grandi alberghi, grandi istituzioni… tutto per attrarre persone da tutto il mondo che vengano a far continuare ad essere ricca la città, la sua cultura e la sua tradizione. Perché quello che manca nella città, secondo questa visione del nuovo Rinascimento di questi politici ed economisti, sono i non-fiorentini e i non-toscani e i non-italiani, che sono quelli che hanno dato la forza e il lustro alla “capitale del Rinascimento”, riconosciuta tale in tutto il mondo *.

Economia al collasso
Questo dibattito si dispiega mentre, per esempio, gli stessi politici ed economisti, annuiscono a chi fa notare che l’economia creata da loro negli anni passati è al collasso perché alberghi, ristoranti, negozi, scuole di arti e mestieri, centri culturali e sedi di università straniere (quelle americane pullulano a Firenze), di per sé e con tutto il loro indotto, sono al momento solo delle scatole vuote, dove manca l’utente dei servizi e il consumatore dei prodotti. E annuiscono verso chi pronuncia parole magiche e stregate nello stesso tempo: bisogna far ritornare ad abitare e vivere il centro a tutti coloro che negli ultimi decenni sono stati espulsi verso le periferie.

E dove le mettiamo queste persone che dovrebbero tornare in centro?
Dove le mettiamo le attività e i servizi che dovrebbero consentire loro di vivere senza svuotarsi il portafoglio al primo gelato che acquistano tra i pochi gelatai che non hanno ancora chiuso nel downtown?

Il silenzio di politica ed economia
I nostri politici e i nostri economisti tacciono e fanno tacere le loro corti, si guardano allo specchio e pronunciano il fatidico “specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”. Lo specchio è incrinato, ma i nostri politici ed economisti continuano a rispecchiarvisi.
Nel contempo, questi politici e questi economisti, per esempio, siccome non si sono affacciati alla finestra, non si sono resi conto, per esempio, che se i loro figlioli insieme a quelli dei loro amministrati, li vogliamo mandare a scuola senza tenerceli in casa (magari perché c’è la moglie tuttofare anche con il lavoro a distanza, e loro ovviamente sono femministi e femministe), bisogna che gli edifici talvolta fatiscenti in cui li hanno mandati in passato, non solo vanno resi salubri, ma vanno come minimo raddoppiati **. E dove si raddoppiano? Mettendoli in palestra e biblioteca o nei corridoi, come propongono alcuni meritevoli e temerari presidi a cui il nostro ministro nazionale della Pubblica Istruzione ha praticamente “passato la palla”?
Noi non siamo urbanisti, politici di rango istituzionale riconosciuti come tali o economisti cresciuti e diventati ricchi col modello vincente fino al pre-coronavirus… siamo civili e civici che abitano e vivono in città. E siamo quelli che hanno anche azzardato che oggi è più importante costruire una scuola che una fabbrica. E sappiamo che in città e non solo ci sono tante scatole vuote da cui, al momento, sono andati via quelli che le riempivano, e nessuno sa quando e se torneranno. E sentiamo proporre la creazione di altre scatole, bellissime nelle loro definizioni estetiche e culturali, ma che al momento (fino a quando?) sarebbero altrettanto vuote.

Per concludere questo breve pensiero, una domanda… retorica:
se la politica e l’economia realizzata fino al pre-coronavirus hanno fatto pluff, non sarebbe il caso di pensare in modo diverso, con nuovi modelli, anche coi vecchi attori forti della loro esperienza (ma scevri del loro potere feudale, ché l’umano è peggio delle bestie), ché altrimenti è come se fossimo su un tavolo da poker dove i limiti tra chi bleffa e chi bara sono impercettibili? E al momento consolidare la bicicletta che abbiamo in modo che non si distrugga alla prossima buca?

NOTE
* ed è proprio vero, in passato. Ricordo un episodio della mia vita, alcuni anni fa in un parco del Québec, in fila per prendere un trenino che lo attraversasse, conversando con alcuni canadesi che, sentendo che parlavo in italiano coi miei compagni di viaggio e sentendo il forte accento tipico strascicato fiorentino delle giovani figliole che erano con me, mi chiedevano se per caso eravamo “italiens de Florence”, e alla mia sorridente risposta, “Oui, de la capitale de la Renaissance”, la conversazione continuò su quel tono coi loro occhi pieni di gioia e riconoscimento verso quello che – fiorentini - eravamo stati e che continuavamo ad essere nella storia e nell’arte.
** e quelli che blaterano parlando di lezioni all’aperto, mentono a se stessi dimenticando che a Firenze l’autunno e l’inverno non è climaticamente quello dei Paesi tropicali. Certo si potrebbe radicalmente cambiare l’anno scolastico e mandare in vacanza i ragazzi quando qui fa più freddo e tenerli a scuola, per esempio, a luglio ed agosto… ma questo è un altro discorso, forse anche più complicato.
 
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