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Costi della politica. Il rap dell'estate 2011
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Editoriale di Vincenzo Donvito
19 luglio 2011 13:03
 
 Ogni estate ha un suo rap nel nostro Paese. Stile musicale di tutto rispetto che, trasmigrato nell'informazione e nella politica, diventa una sorta di “weltanschauung” (visione del mondo) per manifestare il proprio interesse. Ma una weltanschauung che, come una canzone rap, si esaurisce proprio mentre la canti, lasciando nella testa di cantante ed auditore solo un vuoto ritmo da applicare a qualsiasi altro tormentone si voglia stigmatizzare.
Da quando i legislatori hanno rilanciato il tema “riduzione costi della politica”, e dopo la beffa dell'ultima manovra economica che ha escluso qualunque intervento in merito, e' tutto un “pronunciare”, “dichiarare”, “evidenziare”, “proporre”, “valutare”, “sostenere”, “precisare” ... e tutto il tradizionale lessico della politica politcante, cioe' fatta solo per darsi un ritmo, un rap per l'appunto.
Nelle estati passate la parte del leone l'hanno fatta i delitti insoluti, piu' o meno del passato. Quest'anno si cambia... e il moto del cambiamento si ferma al parlare, senza intaccare l'esistente normativa.
Ognuno ha il proprio rap. Basta scorrere le pagine di un giornale, ascoltare un telegiornale: inondati di politici e informatori che ci dicono come dovremmo fare. Noi ascoltiamo e vediamo: parlano di loro, il mondo dei politici, dei tagli che dovrebbero fare a istituzioni e stipendi e organizzazioni. E' come un motivo rap cantato da un giovane che rotea coi suoi larghi pantaloni e il cappellino calato sugli occhi con la falda laterale, evocando la rabbia di uno slum di Chicago: alla fine si ascolta solo il ritmo, che' predomina su un contenuto che si perde sommerso dalla ripetitivita' ossessiva di questo ritmo.
E come per il rap degli slum di Chicago o della banlieue di Parigi, potra' venir fuori una stella come Manu Chao, ma una stella e' e rimane solo tale: brilla lontana, evocando fantasie in chi nel buio la ammira sempre da lontano. Ce ne vuole prima che questa stella ci cada addosso, e non vivremo abbastanza per poterlo raccontare.
Nel nostro rap sui costi della politica, sono tanti quelli che credono di essere Manu Chao e, per quanto si impegnino per dare il meglio di se stessi, rimangono pur sempre solo dei cantanti che, alla fine, lo fanno solo in karaoke davanti ad uno specchio.
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