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Vecchia pista da elefanti. Paolo Conte
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Articolo di Carlo Romeo
31 gennaio 2024 9:38
 
La poesia dovrebbe passarla la mutua, in tempi come questi. Ogni volta che ci inciampi – in quella vera, quella che fa venire i brividi – ti rendi conto che è lì la vera natura dell’uomo, quel qualcosa di indefinibile che lo può salvare, che lo ha sempre salvato.

Inciampo in un poeta unico sotto molti aspetti dei nostri tempi, un poeta che come nei tempi antichi accompagna le parole alla musica. 
La voce roca di chi fa un altro mestiere – e per questo è ancora più musicale e vera – borbotta “era lì nel suo sorriso a guardar passare i tram vecchia pista da elefanti stesa sopra al macadàm”.

La canzone ha i suoi anni ma invecchia bene come sanno invecchiare bene i capolavori. Scivola via bene anche il macadàm che poi è una specie di asfalto, anche se erano in pochissimi a saperlo, prima di ascoltare questa canzone. È poesia vedere qualcuno stare lì nel suo sorriso. È poesia vedere nei tram, negli autobus, i nostri elefanti mentre la strada diventa la loro pista. Di cose belle Paolo Conte ne ha scritte tante così come altri poeti che utilizzano la musica. Ad alcuni, come Conte, riesce sempre o quasi, ad altri un po’ meno ma quando riesce riesce bene. Dalla, De Gregori, Venditti, lo stesso De Andrè che era poeta e si sentiva tale lo dimostrano.

Restano però almeno per me quei quattro versi. quelle diciotto parole, che raccontano una storia, una atmosfera, un contesto, una vita. Poesia in fondo è il diario di un animale marino che vive sulla terra e vorrebbe volare nell’aria, ci ricorda da tanto tempo Carl Sandburg.



 
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