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Il problema dell'Italia non era il debito pubblico?
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Editoriale di Alessandro Pedone
14 maggio 2014 13:56
 
Sono passati ormai più di 30 mesi da quando la follia dei mercati finanziari ha portato molti operatori finanziari (e purtroppo anche molti piccoli investitori) a sbarazzarsi dei titoli di stato italiani temendo un default dell'Italia. Si sosteneva che il debito pubblico italiano fosse eccessivo, insostenibile. Allora il debito pubblico era pari a circa il 120% del PIL (dato del 2011) per circa mille e novecento miliardi di euro. Oggi, a distanza di circa 30 mesi, il debito pubblico è aumentato di circa 200 miliardi di euro a 2.120 miliardi di euro e ben oltre il 130% del PIL e tutti si affrettano a comprare i nostri titoli di stato con i rendimenti che sono i più bassi da quando i servizi d'informazione finanziaria come Bloomberg registrano i dati.
Allora, era il debito pubblico il problema nel 2011? Evidentemente no, come noi abbiamo sempre scritto su questo sito prima, durante e dopo la crisi del 2011.
Sia chiaro, il debito pubblico è un problema grande. Non stiamo dicendo (come sostiene qualcuno) che il debito pubblico sia un falso problema e che può crescere all'infinito senza arrecare alcun danno. Stiamo dicendo, invece, che l'ammontare del debito pubblico non è il fatto più rilevante che possa determinare il default o meno di una nazione.
Come dimostra il caso del Giappone, si può avere un debito pubblico anche molto più alto di quello attuale dell'Italia e non avere la benché minima preoccupazione di default.
E' un problema di regole del sistema finanziario.
Dal 2011 ad oggi sono cambiate diverse cose, ma quella veramente fondamentale è l'atteggiamento della BCE. La BCE ha fatto chiaramente capire che avrebbe fatto tutto quello che sarebbe stato necessario (“e credetemi, sarà sufficiente”, disse Mario Draghi) per salvare l'Euro.
E' bastata questa consapevolezza affinché i mercati finanziari mollassero la presa sui titoli di stato che in quel momento erano oggetto di speculazione (anche perché gli speculatori rischiavano di perderci molti soldi, come qualcuno ha fatto). In altre parole è stata applicata la tesi della “pallottola d'argento” di cui scrivemmo già a novembre del 2011.

Ciò che dobbiamo domandarci, però, è se questo “idillio” dei mercati finanziari possa durare all'infinito. Con tutta probabilità, le prossime mosse della BCE che si attendono per il 5 Giugno contribuiranno a tenere i tassi ancora bassi per un po', però non dovremmo cadere nell'errore opposto rispetto a quello che i mercati facevano nel 2011.
Né il debito pubblico italiano, né il problema dell'Euro è stato risolto.
Sul fronte dell'Euro si è fatto qualche passo avanti ad esempio sull'unione bancaria, ma sono piccole cose rispetto a ciò che sarebbe necessario (una riforma della BCE, una politica economica e fiscale comune e magari l'introduzione di monete complementari nazionali, ma su quest'ultimo tema stiamo parlando di qualcosa ancora troppo avanti per il main stream economico).
Sul fronte del debito pubblico, invece, l'Italia sta facendo passi troppo piccoli. Per abbassare il debito pubblico sarebbe necessaria una terapia d'urto, basata sullo stimolo della domanda, non certo sull'austerity e questa va fatta, ovviamente, non compromettendo i conti pubblici. Servono, in altre parole, terapie economiche non convenzionali che possano smuovere cifre nell'ordine delle centinaia di miliardi all'anno e non piccolezze nell'ordine delle decine di miliardi.

Fra qualche anno, i tassi d'interesse in tutto il mondo inizieranno a risalire e cosa farà l'Italia con circa 2.200/2.300 miliardi di debito pubblico a rifinanziare tutti gli anni e sul quale pagare ben oltre 100 miliardi d'interesse tutti gli anni? Ora è il momento di occuparsi (ed anche di pre-occuparsi) seriamente del debito pubblico. Adesso che i tassi sono bassi. Non demonizzandolo, non dicendo che tra poco finiremo in default. Ma pensando che un piano non convenzionale per dimezzare il rapporto Debito/PIL in 20 anni si può fare, bisogna solo smettere di pensare in modo convenzionale, partendo dal riconsiderare il ruolo della moneta nella teoria economica.
 
 
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