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Non c'è amore più grande ...
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La pulce nell'orecchio di Annapaola Laldi
4 luglio 2016 11:57
 
Faraaz Hossain, 19 anni – ecco l’incarnazione attuale di quell’affermazione perentoria di Gesù poche ore prima di morire, riportata nell’evangelo di Giovanni (15,13): “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” .
E Faraaz Hossain, questo giovane bengalese musulmano di buona famiglia, ottimo studente, a cui di certo la vita arrideva in tutta la sua bellezza, la lascia andare, deliberatamente, per restare accanto alle due amiche condannate a morte perché, per quanto conoscessero i versetti del Corano, erano vestite all’occidentale.
E’ quanto è avvenuto la sera del primo luglio nel ristorante di Dacca, dove sono stati trucidati anche nove italiani, sette giapponesi e un altro bengalese, cittadino americano.
La cronaca narra che, prima di cominciare la mattanza, i sette del commando, che ora sappiamo essere tutti giovani ricchi e istruiti, hanno separato i “fedeli” dagli “infedeli”, e hanno fatto uscire le donne in abito tradizionale e chi poteva recitare a memoria versetti del Corano. Ma, evidentemente, per salvarsi, le donne dovevano avere i due requisiti: conoscenza del Corano e abiti acconci.
E dunque, a niente è valso, come si legge, il richiamo di attenzione rivolto da Faraaz agli attentatori a favore delle ragazze indiana e bengalese che erano con lui e che, appunto, il Corano lo conoscevano a memoria. Gli abiti occidentali le hanno condannate a morte – anche alla tortura, forse.
E così, Faraaz ha rifiutato la “grazia” che gli era offerta ed è rimasto lì con le sue coetanee, Abinta e Tarishi.
Che cosa sia passato nella testa e nel cuore di Faraaz non possiamo saperlo. Ma quello che ha fatto è sconvolgente; ci scuote e ci interpella. Perché ci mette di fronte una frase sicuramente nota a tutti e di certo abusata … per riporla in un cassetto, perché non ci disturbi troppo nel tran tran della vita quotidiana, spesso deprecato, ma alla fin fine visceralmente amato.

Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici.

Ma Faraaz fa uscire questa affermazione da quel cassetto.
La fa uscire dal cassetto della religione cristiana, dove è custodita con devozione, perché proferita da Gesù nel discorso di commiato dai discepoli, ma con altrettanta devozione legata molto fortemente al suo sacrificio di redenzione per l’umanità. Certamente i discepoli di tutti i tempi sono sollecitati a seguirne l’esempio e a dare a loro volta la vita per gli amici che ai nostri tempi comprendono, per fortuna, non solo altri cristiani, ma tutti gli esseri umani. Ma quanto ciò avvenga nei fatti è un altro discorso.
E la fa uscire dal cassetto della logica del servizio. Infatti, di persone che si buttano in mare per salvare uno che rischia di annegare o entrano in una casa che va a fuoco per portarne fuori una persona rimasta intrappolata (a volte anche un animale), sì, ce ne sono, e vengono onorate, com’è giusto. Ma la spinta allo sprezzo per la propria vita è sempre legato, mi pare, al vantaggio che un altro ne può trarre. Rischio di morire (ma non è neppure detto) perché quest’altro viva: è un discorso che ha un senso nella nostra logica. In questa ottica la storia registra anche casi di purissima dedizione come quello del carabiniere Salvo D’Acquisto che, durante l’occupazione tedesca dopo l’8 settembre 1943, si assunse la responsabilità di un attentato per salvare dei civili.
Ma il sacrificio di Faraaz è del tutto gratuito. Lo sapeva che non serviva a salvare le sue due amiche, ma ha dato lo stesso la sua vita. Per stare loro vicino, per non farle sentire sole nel momento cruciale della vita, in questa enorme tragedia che deve essere ancora più enorme per chi è così giovane.
E così quella preposizione "per" (dare la vita per i propri amici) viene arricchita di una sfumatura essenziale: “per” significa dunque, non solo a vantaggio di qualcuno che continuerà a vivere grazie alla mia morte (se avesse ragionato in questo senso, avrebbe potuto cercare di disarmare almeno uno degli aggressori, e sarebbe rientrato nel cliché di eroe che ci è famigliare), ma anche, parola agita di Faraaz, con quella semplicità che davvero disarma chiunque: non posso strapparti a questo orrore, ma lo condivido con te, resto insieme con te.
E allora è vero, rifacendosi ancora alla tradizione biblica, che “forte come la morte è l’amore”, e non a caso questa frase viene da quell’inno all’amore che è il Cantico dei Cantici.
A Dacca, amore e morte si sono intrecciati in modo ineffabile. Non si può andare oltre. Non resta che il silenzio.  
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