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ALIMENTI TRANSGENICI
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Editoriale 
1 dicembre 1999 0:00
 
FANNO MALE O NO? BOH!
COMINCIAMO A NON FIDARCI DI CHI LI CONDANNA E DI CHI LI ELOGIA, E CHIEDIAMO CERTEZZE.

In questi giorni che si sono aperti i lavori del Wto (l'Organizzazione mondiale del Commercio) a Seattle, se ne parla sempre di piu'.
Bisogna dire che sulla stampa non italiana, e in particolare quella Usa e britannica, il confronto e' molto avanzato, e la possibilita' di avere informazioni di tutte le fazioni, c'e' anche se non soddisfacente. Ma cosi' non e' in Italia, dove, al di la' delle nicchie del settore, gli unici messaggi che riusciamo a raccogliere nell'ambito della grande informazione sono quelli delle manifestazioni-contro e le timide -e quasi inesistenti- difese delle grandi aziende multinazionali che stanno gia' commercializzando questi prodotti.

Come sempre il nostro approccio e' pragmatico, cercando di andare alla radice delle questioni, senza un preconcetto o un interesse prettamente economico dietro cui fare propaganda per la nostra causa.
In questo caso siamo ancora in alto mare per poterci fare una opinione e, di conseguenza, perorare questa o quella causa, e abbiamo scelto la strategia dell'attesa e delle domande.

Abbiamo letto e riletto le ragioni di chi e' contro e, al di la' di una propaganda superficiale, non siamo riusciti a raccogliere molto. Abbiamo seguito anche diversi approfondimenti, ma erano tutti condizionati da un motivo di fondo: cio' che viene direttamente dalla natura e' la perfezione, il resto e' piu' o meno accettabile (anche perche' spesso non ci sono alternative), ma lo sforzo e' per ricondurre tutto il piu' possibile al naturale. Un riferimento di fondo che, se puo' sembrare affascinante per chi e' stressato dalla vita urbana e ripensa a tempi in cui, bambino, prendeva la corriera per andare a trovare gli zii o i nonni in campagna, non risponde pero' ai risultati della grande opera di civilizzazione che la forzatura del naturale ha dato ...... ancora in alto mare se pensiamo al livello globale e a chi ne sta pagando il prezzo, ma irreversibile tranne che per specifiche scelte individuali. Industrialismo e modernismo estremo? Tutt'altro. Solo che non possiamo non prendere atto che anche il piu' estremista anti-transgenico, non puo' rinunciare ad usare il telefonino ed Internet e ad andare a Seattle in aereo per manifestare contro il Wto: tre aspetti del nostro tempo che rendono bene l'idea del cammino civico e produttivo che abbiamo intrapreso e che, in quanto tali, non possono escludere a priori l'applicazione di questa scienza e conoscenza anche nell'ambito alimentare.

E abbiamo anche letto e riletto le ragioni di chi e' favorevole. Dagli entusiasti che sembra abbiano trovato il rimedio a tutti i problemi alimentari del mondo, a chi ci vede solo un nuovo ambito di iniziativa industriale e commerciale, e quindi di guadagno fine a se stesso. E in questo ambito abbiamo registrato anche le piu' forti resistenze -e tentativi di condizionamento- perche' sia mantenuto -almeno ai grandi livelli della comunicazione- il mistero che ammanta la conoscenza di effetti e presenza del procedimento transgenico.
Le etichette che dovrebbero indicare al consumatore se un prodotto che acquista e' transgenico o meno, sono praticamente inutili: a cosa serve sapere se una confezione di mais su un bancone di un supermercato e' una produzione transgenica se poi, lo stesso mais, lavorato in un altro prodotto con altri componenti, non e' indicato in quanto tale sull'etichetta? Se si considera che il mercato dei prodotti lavorati e non "di base" e' quello che sta sempre piu' guadagnando i carrelli dei consumatori, si capisce che questo e' il punto principale. E questo puo' succedere non solo per la presunta malafede dell'industria che ha confezionato il prodotto finale che va sul bancone, ma puo' anche darsi che la stessa industria abbia comprato un prodotto semilavorato da un'altra azienda che ha usato il nostro mais transgenico, e che non lo abbia detto al suo acquirente (anche perche' non c'e' l'obbligo di farlo) ...... la catena potrebbe continuare ancora, ma resta un punto fermo: questi prodotti -intermedi e finali- sono stati confezionati seguendo le norme igienico-sanitarie stabilite dalle varie autorita' preposte.

Ed e' qui il punto centrale su cui noi intendiamo riflettere. Al momento non ne vediamo altri. Va bene esigere corretta informazione, ma se non sappiamo su cosa, e soprattutto non ci sono garanzie di qualita' e obiettivita' di chi ce la fornisce, diventa inutile, e quindi nociva.
Bisogna verificare se le autorita' preposte ai controlli siano affidabili o meno. Il caso della mucca pazza in Gran Bretagna, e la schifezza che la Commissione Ue ha fatto levando l'embargo pur in presenza di migliaia di dubbi sulla fine del pericolo, la dice lunga su chi sono e come si comportano certe autorita'.

Gli aspetti su cui puntare l'attenzione sono: 1) qualificazione e indipendenza degli esperti, 2) assenza di soggetti con interessi di parte nelle varie commissioni in cui vengono stabiliti i criteri di idoneita'.
La complessita' dell'organizzazione civica e politica, purtroppo, non favorisce questa esigenza: quante volte gli esperti sono di nomina di parte perche' la rappresentanza di tutti gli interessati viene giudicata un criterio di qualita' e indipendenza? E quante volte nelle commissioni meno tecniche, ma che decidono in base a rilievi tecnici, troviamo soggetti che svolgono nello stesso tempo le funzioni di controllati e controllori? E' una situazione in cui il metodo democratico serve solo a far contente tutte le parti in gioco, ma compromette notevolmente la certezza dell'unica parte assente, il consumatore (qualche volta si e' ovviato a questa assenza grazie alla presenza di associazioni di consumatori che avrebbero dovuto rappresentare gli interessi dei consumatori stessi, ma che hanno finito per rappresentare se stesse e la fazione istituzionale a cui si sono agganciate per avere quella poltrona).

Un metodo che stiamo sviluppando (anche in altri ambiti rispetto agli alimenti transgenici) che potrebbe dare alcuni riferimenti, anche se non vere e proprie certezze, ma che non si presta alla strumentalizzazione di chi vuole farci credere -per convizione che non riesce a comunicarci o interessi meramente economici- che i cibi transgenici sono il nuovo veleno del 2000 o il nuovo grano sempre del 2000.
(Vincenzo Donvito)

 
 
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