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Finanza e sostenibilità: bufala o cambiamento reale?
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Editoriale di Alessandro Pedone
14 gennaio 2020 16:46
 
 Il tema della sostenibilità è ormai entrato in modo strutturale, dalla porta principale, nel mondo della finanza. Sta facendo scalpore la recente lettera aperta di Larry Fink, ceo del più grande gestore finanziario al mondo, BlackRock, nella quale si sostiene che il cambiamento climatico implicherà una “completa trasformazione della finanza”.
Sebbene non con questa forza, posizioni come quelle di Larry Fink sono ormai diffuse praticamente presso tutti i colossi finanziari nel mondo.
Il tema della così detta “sostenibilità” è diventata, di fatto, la nuova “moda” della finanza.
Anche dal punto di vista legislativo, in Europa, si sta costruendo un impianto normativo che favorirà sempre di più i così detti investimenti sostenibili.
Quanto “marketing” può esserci in una posizione di questo tipo e quanta sostanza?

Ad oggi, purtroppo è molto più il marketing che la sostanza, ma crediamo che, gradualmente, sempre più, possa introdursi un po’ di sostanza.
Molte delle cose scritte nel “bilancio di sostenibilità” (chiamato anche “bilancio sociale”) restano più o meno dichiarazioni di principio di difficile verificabilità. E’ inevitabile una grande soggettività nella valutazione di questi bilanci. Quello che sarà sempre più necessario è un cambiamento della cultura aziendale che non può non nascere da un cambiamento della cultura in generale.
Su questo fronte, sarebbe ingiusto ignorare che qualche passo avanti si sta facendo.
Ad agosto dell’anno scorso è stato pubblicato il manifesto di Business Roundtable sullo scopo delle aziende. Si tratta di un’associazione che riunisce i capi delle più grandi multinazionali, il cui presidente è Jamie Dimon, numero uno di JpMorgan Chase (un colosso della finanza) e di cui fanno parte nomi del calibro di Jeff Bezos di Amazon, Tim Cook di Apple, Mary Barra di General Motors, Dennis Rollenber di Boeing, lo stesso Larry Fink di BlackRock, Ginni Rometty di Ibm, Arne Morris Sorenson di Marriott, Randall Lynn di AT&T, Doug McMillon di Walmart e molti altri. La stessa associazione, nel 1997 aveva rilasciato un manifesto che iniziava con le seguenti parole: “La Business Roundtable desidera sottolineare che l'obiettivo principale di un'impresa è generare ritorni economici ai suoi proprietari.”

Ad agosto dell’anno scorso, la stessa organizzazione ha rivisto radicalmente la propria posizione ed ha dichiarato nel nuovo manifesto che “la creazione di valore per gli azionisti non deve più essere l’unico fine delle aziende. Le imprese devono anche “investire nei loro dipendenti, proteggere l’ambiente, comportarsi correttamente ed eticamente con i fornitori, creare valore di lungo termine per gli azionisti.”
E’ evidente che fino a quando queste mere dichiarazioni di principio non si trasformeranno in sostanziali cambiamenti nei comportamenti, suoneranno sempre come vuota retorica.
Culturalmente, però, hanno il loro peso. Un conto è avere i vertici aziendali che sbandierano al mondo che il loro unico scopo è fare denaro, diverso è un contesto nel quale, almeno di facciata, dichiarano che guardano agli interessi di lungo periodo e non solo degli azionisti ma di tutto il contesto ambientale e sociale. Ovvio che non basti, ma è innegabile che si tratti dell’inizio di un cambiamento culturale.

Questo cambiamento, però, deve essere coltivato con nuove norme e nuovi comportamenti.
La finanza può effettivamente svolgere un ruolo significativo, a patto però che vi siano due condizioni: 1) la massima trasparenza e 2) una serie di incentivi affinché gli investitori abbiano gli strumenti per verificare che ciò che viene scritto nei bilanci di sostenibilità sia veritiero e possano concretamente agire nei casi in cui ciò non si verifica.
Al momento mancano le procedure e gli strumenti affinché vi possa essere un coinvolgimento in primo luogo degli investitori.
Siamo all’inizio di un lungo cammino. Siamo molto meno ottimisti di Larry Fink, ma crediamo che si sia messo in modo un meccanismo che ha il potenziale per imporre una trasformazione culturale di lungo periodo. 
 
 
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