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FOLLIE DELLA GIUSTIZIA. UN GIORNO IN PRETURA PER UN PROCESSO CHE POTEVA ESSERE BANALE, SI TRASFORMA IN UNA PARODIA DELLA GIUSTIZIA SU SE' STESSA
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Editoriale 
1 giugno 1999 0:00
 
Si e' tenuta la prima udienza di un processo in cui, difeso dall'avv. Elisabetta Bavasso, sono imputato con altri per distribuzione di stampa clandestina: nel 1996 avevo distribuito un giornale il cui direttore non era iscritto all'ordine dei giornalisti: un'iniziativa di disobbedienza civile dei club Pannella, per evidenziare l'assurdita' di questa norma che limita la liberta' di stampa e di opinione.

Ma l'udienza e' diventata altro rispetto al previsto.
Questa la cronaca commentata dei fatti che, di per se' sono lo specchio di UN GIORNO IN PRETURA, e la parodia della giustizia su se' stessa.
Io e gli altri imputati, convocati per le 9 di mattina, abbiamo aspettato fino a oltre le 14 perche' l'udienza cominciasse: dimostrazione dell'incapacita' dell'ufficio di gestire i tempi, fidando sul fatto che gli utenti sono ostaggi di questa loro incapacita'. Una situazione che ha dato il colpo definitivo, stressante, alla pur minima credibilita' che qualcuno degli imputati, forse, ancora nutriva verso la giustizia.

Le storie degli imputati "di legge" e "di fatto".
Eravamo tutte persone che erano li' in deroga alla propria attivita' lavorativa, cioe' non pagati per essere li' come invece lo erano i responsabili di quell'attesa.
E dico a cosa rinunciavamo perche' credo che possa servire a scandire meglio il ritmo di questa giornata folle, riconducendola alla quotidianita' di ognuno di noi.
Io rinunciavo alla mia attivita' editoriale e giornalistica; Valerio Giannellini -docente universitario alla Facolta' di Farmacia- aveva dovuto chiedere un permesso particolare; Roberto Rogai -ragioniere e giornalista- aveva sospeso il suo ufficio e rinunciato ad alcuni servizi; Carlo Serafini -musicista- aveva un permesso speciale li' dove presta la sua opera; Giancarlo Scheggi -pensionato- l'unico che non ci rimetteva soldi, ma prendeva tempo alle sue innumerevoli attivita' di volontariato. E gli avvocati, "penzoloni" nel corridoio con noi, sapendo di non guadagnare soldi da questo tipo di udienze: Elisabetta Bavasso, coordinatrice dello studio legale dell'Aduc a Firenze; Flavia Urcioli, venuta appositamente da Roma per perorare il rimando dell'udienza ad una decisione della Corte Costituzionale dopo che il pretore avesse accettato una sua eccezione; Corrado Alterini, dello studio legale dell'Aduc; e Massimo Morettoni, anche lui dello studio legale dell'Aduc a Firenze. E la responsabile stampa dell'Aduc, Donatella Poretti, che curava i rapporti con alcuni giornalisti che continuavano a passare e ripassare per avere notizie, ma che registravano solo i nostri volti sempre piu' sfatti e incattiviti. E per la controparte, sono rimasti li' con noi, anche un poliziotto ed una poliziotta, entrambi in borghese, perche' in udienza avrebbero dovuto confermare cio' che avevano gia' messo a verbale: che in quel giorno del 1996 avevano sequestrato dalle nostre mani i giornali senza direttore iscritto all'albo dei giornalisti: un metodo assurdo che la legge non prevede neanche per i testimoni (purtroppo ... in questo caso!), perche' si trattava di tutori dell'ordine -tali dopo anche un giuramento- che avevano espletato il loro ufficio. E oltre a questi "dell'ufficio", anche i vari amici che venivano a chiedere come andava. Insomma, un gruppo considerevole di persone, a sostegno di chi aveva tanta voglia di interloquire con la giustizia, cercando di far valere le ragioni, a partire dalla disponibilita' a pagare di persona se queste ragioni non avessero avuto un fondamento giuridico.

La Pretura di Firenze
Tutto questo in un luogo, la Pretura di Firenze, in piazza S.Martino, dove, al piano terra in cui eravamo, c'era un solo stretto ingresso e non un'uscita di sicurezza, le finestre erano tutte con le inferriate e senza aperture, per attendere c'erano panche modello chiesa anni '60; il bagno era uno solo, quello degli handicappati, solo con il wc grande, sudicio e con un mini lavandino dove dai rubinetti non usciva acqua e non c'era sapone. (Il pensiero mi e' subito andato agli esercizi pubblici dei centri storici che, per adeguarsi a nuove norme di sicurezza e di igiene (non sempre razionali), devono disfare i locali in cui svolgono l'attivita' e investire numerosi soldi .....)

I tempi dei giudici
In questo contesto, dopo che il pubblico ministero ci aveva letteralmente preso in giro dicendoci -nelle soste delle altre udienze in corso- che di li' a poco sarebbe toccato a noi (eravamo secondi nella lista affissa, ma -poi abbiamo anche capito il perche'- ci hanno messi per ultimi) ... in questo contesto, dopo le 14 ci e' stata concessa udienza.

E il processo e' subito cambiato.
Alla richiesta di Radio Radicale di registrare l'udienza, cosi' come fa con decine di processi in tutt'Italia, il Pretore, dr.sa Silvia Chiarantini, storcendo la bocca e guardando con sufficienza schifiltosa il foglio di richiesta spedito nei giorni precedenti dalla segreteria dell'emittente, aveva chiesto il parere del pubblico ministero che cosi' si esprimeva: "assolutamente contrario, perche' non c'e' alcuna legge che lo consenta". Dopodiche' il pretore, cosi' dettava per la verbalizzazione: "non sussiste interesse sociale particolarmente rilevante, si tratta di questioni di diritto non facilmente comprensibili all'esterno".
Una motivazione che, dando di imbecille a chiunque ascolti un processo (pubblico di quell'udienza compreso), provocava la mia reazione verso il pubblico ministero: "lei che non sa neanche di cosa sta parlando, perche' le leggi prevedono esplicitamente la possibilita' di registrazione, sara' soddisfatto cosi' nessuno potra' ascoltare la sua ignoranza" .... E il pretore mi espelleva dall'aula, chiamando subito i carabinieri, come se io avessi mostrato intenzione di resistenza. Era evidente che pretore e pubblico ministero si erano messi d'accordo preventivamente, ed avevano solo fatto una scenetta formale.
Quindi, dopo la richiesta del mio avvocato, il pretore accettava la registrazione da macchinari dell'ufficio, ma solo in alcune parti, cioe' quelle istruttorie -per esempio l'audizione di testimoni- escludendo invece tutte le parti di richiesta della difesa, dell'accusa, l'ammissione delle prove, la lettura delle ordinanze, che andavano trascritte a verbale sintetico. L'avvocato Elisabetta Bavasso si opponeva, chiedendo la registrazione integrale, per garantire la documentabilita' imparziale dell'udienza. Il Pretore rigettava la richiesta con atteggiamento molto ostile ("avvocato mi dica sulla base di quale legge fa l'istanza ", e l'avvocato "io faccio l'istanza, se lei non l'accoglie -e lei e' la legge, non io- sia lei a dirmi in base a quale legge la respinge"). Vista la compressione gravissima dei diritti della difesa, l'avvocato rilevava di non poter sviluppare una difesa adeguata dei suoi assistiti, e dopo una consultazione con quelli presenti in aula, rinunciava alla difesa, riservandosi di farlo anche nei miei confronti quando, successivamente, avrebbe potuto conferire con me.

Non trovando seduta stante un avvocato d'ufficio,
l'udienza veniva rinviata alle 15,30, quand'e' arrivata, trafelata, un avvocato d'ufficio che, ovviamente, ignorava completamente di cosa stessimo disquisendo. L'avvocato d'ufficio, invece di leggersi i verbali per cercare di entrare nella situazione, parlava privatamente con pubblico ministero e pretore, facendosi quindi un'idea dei fatti solo dalla versione di una delle parti in causa.
L'udienza riprendeva. Riammesso anch'io in aula, il mio avvocato faceva verbalizzare l'abbandono della difesa anche per me. Il pretore faceva verbalizzare di inoltrare gli atti all'ordine degli avvocati con riferimento all'abbandono della difesa.

E qui cominciava la degenerazione grottesca:
l'avvocato Bavasso, che aveva chiesto di verbalizzare che non si trattava di abbandono, ma di rinuncia concordata con i suoi assistiti, in un primo tempo si vedeva negare questa verbalizzazione perche', secondo il pretore, lei non era piu' parte del processo, ma alle sue insistenze il pretore desisteva dal diniego, ma facendo scrivere cose che non corrispondevano a quanto era stato detto, cioe' che alla prima richiesta aveva negato la verbalizzazione. Alla fine si riusciva a far mettere a verbale solo che il giudice pretendeva di scrivere cose difformi da quelle dette dall'avvocato. Di fronte alle insistenze il pretore espelleva l'avvocato dall'udienza, chiamando -anche in questo caso senza necessita'- i carabinieri. L'avvocato abbandonava l'aula dicendo che "di carabinieri se bastava uno": frase prontamente verbalizzata dal pretore. L'udienza veniva rinviata al prossimo gennaio, ed e' rimasta fuori una cosa importante: la richiesta di mettere a verbale l'invio degli atti alla Procura della Repubblica, con l'ausilio dei testimoni presenti per certificare l'abuso di esercizio dei poteri d'ufficio messo in atto con la negazione della verbalizzazione. Cosa che stiamo approntando sempre con l'ausilio dell'avvocato Elisabetta Bavasso.

La storia di un giorno in Pretura,
volutamente presentata con le storie e i pensieri di chi ne e' stato protagonista e vittima -nonostante gli sforzi di chi in quel caso aveva il potere- non registra alla fine un cittadino che si sente impotente e pronto ad abbassare la testa perche' "tiene famiglia", ma degli individui che hanno avuto conferma di cosa voglia dire giustizia in Italia, di come funzionano e di cosa sono fatte le mani e le teste di chi -letteralmente- gioca con la liberta' dei cittadini e i soldi pubblici; senza risponderne ad alcuno, perche' la responsabilita' dei magistrati -nonostante un referendum lo abbia anche chiesto- non appartiene a loro ma allo Stato, cosi' come la loro carriera non procede grazie ad una capacita' e a dei risultati, ma al solo fatto di esserci dopo aver vinto un concorso.

Chi non ha mai avuto la ventura di un processo,
grazie alla televisione, si e' fatto idea della giustizia grazie ai numerosi film e telefilm in materia; peccato pero', che sono quasi tutti di produzione Usa e parlano della giustizia di quel Paese, dove i pubblici ministeri sono avvocati che, se non lavorano bene, possono anche perdere il posto di lavoro e, soprattutto, dove le due parti in causa sono identiche in diritti e doveri. Ma anche al di la' degli Usa, con le dovute differenze, cio' che abbiamo descritto sopra non succede neanche nei tribunali di Singapore che, al di la' della sua immagine tecnologica, e' un Paese dove i diritti dell'individuo sono un'opzione.
Alla prossima puntata.
(Vincenzo Donvito)

 
 
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