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Una nuova visione economico-finanziaria: una proposta concreta e immediatamente realizzabile
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Editoriale di Alessandro Pedone
7 aprile 2020 13:03
 
L’articolo della scorsa settimana “Coronavirus ed economia: ci porterà a superare il paradigma della scarsità?” - ha provocato reazioni marcatamente divergenti. Soprattutto sui social molte persone mi hanno espresso forti apprezzamenti. Probabilmente queste persone condividono lo stesso retroterra culturale al quale l’articolo fa riferimento. 
Altri l’hanno trovato inconcludente, più che utopico, semplicemente vuoto.  
Consciamente o inconsciamente, queste persone sono convinte che il paradigma economico attuale sia semplicemente l’unico possibile. Sia, in qualche misura, paragonabile ad una legge di natura. 
I debiti, senza alcuna distinzione tra micro e macroeconomia, vanno comunque rimborsati. Quando sussiste il problema della mancanza di denaro, questo significa, necessariamente, che qualcuno dovrà fare sacrifici. Secondo queste persone è un fatto di natura. Chiunque la pensi in modo contrario è semplicemente una persona con la testa fra le nuvole alla quale la realtà, prima o poi, gli farà pagare il conto. 

Sono pienamente consapevole che questo pensiero sia quello di gran lunga prevalente. Al tempo stesso, sono pienamente consapevole che questa crisi dovrà portare necessariamente, non so se fra qualche trimestre o fra qualche lustro, ad un cambiamento di paradigma. La strada inevitabilmente tracciata è quella della monetizzazione del debito. Monetizzare il debito significa  in soldoni “cancellarlo” (in varie forme tecniche che non è il caso di approfondire in questa sede) emettendo nuova moneta. 
Le conseguenze di questa pandemia mondiale sono tali che i debiti, pubblici e privati, necessariamente esploderanno a livelli insostenibili all’interno dell’attuale paradigma economico. Questo modello economico-finanziario era chiaramente in profondissima crisi già prima della pandemia, ma la pandemia mostrerà il problema in una dimensione tale che non sarà più possibile ignorarlo. 
Già prima dello scoppio della pandemia, il debito mondiale era più alto della fase che portò allo scoppio della Grande Crisi Finanziaria del 2008/2009. Le banche centrali, nel frattempo, hanno sviluppato tutta una serie di strumenti straordinari (ed annesse giustificazioni teoriche) che rendono sostenibile qualcosa che nel mondo pre-2008 non lo sarebbe stato affatto. 

La reazione delle banche centrali alle conseguenze finanziarie della pandemia sono state rapide e di dimensioni adeguate. Questo ha stabilizzato i mercati finanziari.
E’ un primo risultato positivo, ma non sarà sufficiente ad uscire dalla recessione. 
I dati macroeconomici che vedremo nei prossimi mesi faranno impallidire termini come “recessione” o “depressione”. Vedremo dati mai registrati nella storia recente.
Le conseguenze economiche richiederanno nuove misure di politiche fiscali che spettano ai governi. In parole molto semplici è necessario che i governi paghino i cittadini e le imprese per le spese provocate dalla chiusura forzata delle loro attività. 
Ieri l’Italia ha varato un programma di garanzie pubbliche per accedere a finanziamenti. I dettagli non sono ancora noti, ma le anticipazioni parlano di cifre apparentemente significative. Il diavolo sta nei dettagli e quindi sospendiamo il giudizio sull'efficacia di queste misure fino a quando non vedremo il testo definitivo. E’ chiaro che in questa situazione, concedere prestiti può essere utile, ma non risolutivo. E’ necessario dare soldi incondizionatamente per coprire i costi causati dal blocco. Questi costi non possono essere caricati sui cittadini e sulle imprese sotto forma di finanziamenti agevolati! In ogni caso è evidente che il debito Italiano, sia pubblico che privato, così come quello di tutte le nazioni, necessariamente esploderà. 
Quando questa pandemia sarà domata e potremo tornare ad una fase di normalizzazione, sarà indispensabile pensare, come minimo, a come “sterilizzare” questo debito, renderlo inoffensivo. E’ auspicabile che in quella fase si possa riflettere su nuove forme di organizzazione dell’economia e della finanza che superino il concetto stesso di debito.  
I tempi non sono ancora maturi per questo, ma sarebbe tecnicamente fattibile.
Per gettare una luce in questa direzione, trovo molto importante invitare tutti i lettori ad approfondire una proposta portata avanti dall’associazione Moneta Positiva che si è fatta promotrice di un comitato per un “Piano di Salvezza Nazionale”. Il piano completo include altre iniziative e si può leggere nella sua interezza a questo indirizzo.
Invito caldamente a firmare la petizione che al momento ha raggiunto circa 16 mila firme. 

Il comitato promotore è molto vasto ed è composto anche da diverse persone che hanno visioni profondamente diverse. Le proposte sono il frutto di anni di elaborazioni e verifiche anche tecniche. Ovvio che sono figlie di un paradigma economico-finanziario completamente diverso da quello attuale. Vorrei ricordare che abbiamo, comprensibilmente, messo tra parentesi alcune libertà individuali. Lo scrivo di nuovo perché vorrei sottolineare la gravità di questo fatto: abbiamo messo fra parentesi libertà individuali, cioè il fondamento stesso del nostro vivere comune in occidente, a causa delle conseguenze di questo virus. 
Potremo sperimentare delle soluzioni economiche alternative al paradigma dominante oppure il dogma delle risorse scarse, del debito, dei mercati è più solido della libertà individuale?
Delle varie proposte previste dal “Piano di Salvezza Nazionale” vorrei soffermarmi su quella che trovo più geniale perché semplicissima, facilmente comprensibile da chiunque, realizzabile in pochissimo tempo, ma dal potenziale positivo semplicemente dirompente. Anche da sola potrebbe dare un contributo fondamentale non solo nell’immediato, ma per gli effetti a cascata che potrebbe generare. Come tutte le proposte, ovviamente, le modalità con le quali verrebbe concretamente realizzata ne potrebbe decretare il fallimento o il successo. Non basta avere buone idee, è necessario realizzarle correttamente. 

Conti di Risparmio Pubblici
Immaginiamoci un conto di deposito, presso il Ministero del Tesoro:
  • più sicuro di ogni altro perché non soggetto al bail-in
  • a costo zero
  • disponibile per tutti i codici fiscali e le partite iva
  • dal rendimento agganciato all’inflazione
  • a tassazione agevolata
  • immediatamente liquidabile in Euro
  • che preveda il trasferimento da un conto all’altro per trasferire somme o fare pagamenti di beni e servizi
Uno strumento del genere diventerebbe immediatamente lo strumento privilegiato per il deposito della liquidità. 
Lo Stato avrebbe significativi vantaggi perché trasformerebbe una parte consistente del debito pubblico nelle mani dei propri cittadini senza scadenza. 
I risparmiatori avrebbero, finalmente, uno strumento di tutela del risparmio veramente efficace. Ricordiamo che la Costituzione Italiana, all’articolo 47, tutela il risparmio ma nei fatti non esiste uno strumento pubblico che renda concreto questo diritto. I Conti di Risparmio pubblico lo sarebbero. 
Ma l’aspetto più interessante di questa proposta consiste nei vantaggi non immediatamente comprensibili perché macroeconomici. Le masse che confluirebbero in questo conto pubblico sarebbe semplicemente enormi. Come minimo parliamo di una cifra intorno 500/600 miliardi. Una parte di questa cifra deriverebbe da attuali depositi, ma un’altra parte deriverebbe dalla conversione di titoli di stato. L’effetto netto sarebbe quello della monetizzazione di una parte del debito. La praticità di uno strumento del genere nei vari trasferimenti tra Stato ed imprese/cittadini sarebbe enorme.
Non mi soffermo oltre su questa proposta, chi desidera approfondire può farlo a questo indirizzo dove troverà anche l’articolato normativo.

Una nuova visione del ruolo delle banche nell’economia
E’ evidente che se si realizzassero i Conti di Risparmio Pubblici le banche farebbero una fatica enorme a causa del deflusso dai conti correnti. 
Chi preferirebbe tenere i soldi nei conti di banche private quando lo Stato offrirebbe gratuitamente un servizio migliore? 
Questo sarebbe sicuramente un problema, ma potrebbe anche essere letto come un’opportunità se avessimo una classe dirigente con una visione di lungo termine. 
Il fatto che è le banche, già oggi, sono dei “morti che camminano”.
La realtà è che la tecnologia sta spazzando via il loro modello di business.
Non abbiamo più bisogno di banche per trasferire denaro.
La concessione di finanziamenti già adesso è sostanzialmente affidata ad algoritmi. 
Non ci sono più margini nell’attività tradizionale bancaria. 
Restano ancora un po’ in piedi grazie ai profitti nel campo degli investimenti finanziari, ma anche quello è un business che alla lunga è destinato ad esaurirsi perché con l’aumentare della trasparenza nel settore i margini non potranno che ridursi. 
E’ indispensabile, quindi, ripensare il ruolo di tutto il settore bancario.
Preso atto che, di fatto, avremo sempre meno bisogno delle banche, come società, che ruolo potrebbero avere in futuro?
In realtà esiste una funzione pubblica potenzialmente utilissima che le nostre società ancora non stanno assolvendo in modo minimamente adeguato. 
Si tratta della formazione continua per adulti
Le banche attuali, in una prospettiva di lungo termine, potrebbero diventare delle “banche del sapere per affrontare la complessità della vita moderna”. Già nel campo degli investimenti finanziari, questo è l’unico modo che hanno per tentare di salvarsi. 
Le banche devono spostarsi da un modello nel quale vendono prodotti finanziari, ad un modello nel quale insegnano, di fatto, come affrontare l’incertezza legata ai mercati finanziari per usarli al fine di realizzare i propri obiettivi di vita. 
Su questo argomento il grande Paolo Sironi da anni, instancabilmente, gira il mondo incontrando le più importanti istituzioni finanziarie mondiali per spiegare come questo passaggio sia, di fatto, inevitabile. 
Ma se l’unico modo che hanno le banche per salvarsi è quello di fare consulenza a valore aggiunto, perché non potremmo pensare di allargare questo anche a settori non strettamente finanziari?
Pensiamo ad esempio a tutte le competenze informatiche di base, le competenze psicologiche, le varie riconversioni lavorative. C’è tantissimo da fare nello sviluppo delle competenze per adulti.
Ovvio che qui dobbiamo abbandonare il concetto di fare profitto e che dovremmo avviare un progetto formativo nazionale enorme, ma possiamo solo immaginare i vantaggi di lungo termine per una nazione che avesse questa lungimiranza? 

Così come la Scuola e l’Università hanno la funzione di educare nuovi cittadini e sviluppare il sapere umano formale, un nuovo sistema bancario completamente riprogettato potrebbe avere la funzione pubblica di educare gli adulti alla complessità della vita moderna. 

Mi rendo perfettamente conto che ad oggi si tratta di un progetto utopico, perché non abbia la benché minima capacità, come società, di progettare il proprio futuro.
 
Se venisse attuato un provvedimento come quello dei Conti di Risparmio Pubblici, sarebbe auspicabile che fosse fatto avendo ben in mente una strategia di lungo termine per il settore bancario. Si dovrebbe pensare alla nazionalizzazione delle varie banche che potrebbero entrare in difficoltà. Si potrebbe pensare, allora, di dare alle risorse umane e fisiche di questa rete di banche una nuova destinazione sociale. 

E’ chiaro che fino a quando continueremo a domandarci “dove troviamo i soldi?” significa che non abbiamo ancora capito assolutamente niente di dove sta andando il mondo e quindi dovremmo continuare a passare anni di inutile sofferenza economica e progetti così ambiziosi continueranno ad essere tacciati di utopia per la pochezza della nostra capacità di visione.
 
 
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