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Rendite finanziarie: più che la 'pace fiscale' occorre una riorganizzazione dalle fondamenta
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Editoriale di Giuseppe D'Orta
27 giugno 2018 12:10
 
 Mentre il Governo Conte prepara la "pace fiscale", ovvero il più favorevole condono della storia che consentirà non solo di eliminare le sanzioni ed interessi ma anche di stralciare la cifra originariamente dovuta, prosegue il totale disinteresse dei politici verso le assurde modalità di imposizione sulle cosiddette rendite finanziarie, la cui aliquota di tassazione ordinaria è aumentata in due anni e mezzo dal 2012 al 2014, dal 12,5% al 26%, passando per il 20%. Aumenti avvenuti per equiparare la tassazione di lavoro e capitale, ma soprattutto per incrementare gli introiti dell'Erario.

Sotto il primo aspetto -sebbene il risparmio derivi da reddito già assoggettato a tassazione- si potrebbe anche concordare ma, oltre al fatto che l'aliquota non è in realtà uguale perché l'Irpef dei lavoratori autonomi e dipendenti è progressiva e non ad aliquota secca, occorre pure considerare che la tassazione separata, in dichiarazione dei redditi come anche nel gestito o in regime amministrato dall'intermediario, non consente di beneficiare delle deduzioni e detrazioni d'imposta di cui i lavoratori possono invece fruire, come quelle per risparmio previdenziale, carichi familiari, spese mediche, interessi sui mutui prima casa, ristrutturazione edilizia, ecc.

Ed è soltanto l'inizio. La situazione venutasi a creare ha infatti amplificato le storture che da sempre penalizzano la tassazione degli interessi e delle plusvalenze. Le principali sono:
- L'assurda distinzione tra redditi di capitale e redditi diversi, specie nella previsione di non compensazione di debiti e crediti di imposta tra le due categorie. Condizione che porta spesso a pagare imposte anche quando si è in perdita. Per non parlare di strumenti finanziari enormemente diffusi come i fondi comuni, le sicav e gli etf, che generano redditi di capitale quando l'investitore guadagna, e redditi diversi quando l'investitore perde!
- Il credito di imposta per minusvalenze da capital gain è valido solo fino alla fine del quarto anno successivo, mentre le plusvalenze sono da pagare mese per mese, ed anche se nello stesso mese si registrano minusvalenze, se queste ultime sono successive alla plusvalenza anche di un solo giorno.
- L'imposta di bollo proporzionale sul valore dei prodotti e strumenti finanziari e -vero assurdo- da pagare anche se i titoli posseduti sono in default, considerandoli per un valore pari al valore nominale o di rimborso.

A proposito di titoli in default, se i recenti orientamenti dell'Agenzia delle Entrate consentono finalmente di contabilizzare la minusvalenza riguardo le obbligazioni, per le azioni resta ancora tutto in alto mare.

Vi è poi la “Tobin Tax” italiana, che si è rivelata un flop anche dal punto di vista degli introiti ipotizzati, di gran lunga superiori a quelli effettivi. Come diciamo da tempo, per ottenere effetti positivi anche per i mercati finanziari, una vera tassa sulle transazioni dovrebbe essere applicata in tutti i Paesi con un'aliquota minimale ed una base imponibile che ricomprenda tutti gli strumenti.

Sempre più urge intervenire sui tanti aspetti che non sono giusti, quindi. Ma pare proprio che ciò non sia davvero nell'agenda di alcuna parte politica dato che tutte, in un modo o nell'altro, hanno nel tempo contribuito allo status quo e nessuna alza un dito per migliorarlo.
 
 
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