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Elezioni europee. Juncker e i suoi alleati hanno mantenuto le promesse?
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Stati uniti d'europa di Redazione
13 maggio 2019 13:04
 
Il presidente della Commissione europea, al potere dal 2014 grazie ai grandi partiti europei, si era fissato delle priorità per il suo mandato. Facciamo il bilancio.
Jean-Claude Juncker ne era consapevole fin dal suo arrivo al massimo incarico di presidente della Commissione europea nel 2014: "L'Unione europea dovrà convincere i suoi cittadini che le cose cambieranno", mantenendo le promesse fatte agli elettori durante la campagna elettorale europea. Il lussemburghese amava drammatizzare la questione: il suo mandato sarebbe stato quello dell’'"ultima possibilità" per l'Europa. Cinque anni dopo, alla fine del suo mandato, che risultati ha dato questa sfida?

Promesse vere?
La complessità del funzionamento dell'Unione europea non facilita il lavoro di verifica delle promesse politiche. In effetti, alcune decisioni europee dei ventotto Stati membri, della Commissione e del Parlamento europeo non possono essere ritenute responsabili di queste promesse. Ma soprattutto, Jean-Claude Juncker è stato investito nel 2014 grazie al sostegno di una coalizione di tre gruppi politici molto diversi, ognuno dei quali aveva fatto una campagna con il proprio programma: i conservatori del PPE (il suo partito), i centristi dell’ALDE e i socialdemocratici del PSE. Abbiamo scelto qui di concentrarci sulle grandi promesse dei loro manifesti elettorali che convergevano, incluse nelle "priorità" stabilite all'inizio del mandato da Juncker.

Gli accordi commerciali
La Promessa
Juncker e i suo alleati erano favorevoli alle negoziazioni commerciali, comprese quello del trattato transatlantico TTIP con gli Stati Uniti. Ma avevano fissato un linea rossa: il rispetto delle norme europee sulla sicurezza e sulla sanità.
Risultato misto
La forte pressione della società civile ha portato diversi Paesi a chiedere il blocco delle negoziazioni transatlantiche. Senza mai essere ufficialmente cancellato, il TTIP è stato abbandonato di fatto nel 2016, senza che il Parlamento europeo si sia pronunciato in merito.

La lotta contro il dumping sociale
La promessa
Juncker e i suoi alleati intendevano lottare contro la concorrenza sleale rivedendo le regole sui lavoratori distaccati. Hanno anche perorato un salario minino e un reddito minimo d’inserimento, ognuno dei quali garantito dai singoli Paesi dell’UE.
Risultato misto
L’UE ha rivisto la direttiva sul lavoro distaccato nel 2018. Questa riforma, che verrà applicata a partire dal 2020, ha due aspetti:
- da una parte, migliora la remunerazione dei lavoratori distaccati per limitare il dumping sociale; dall’altro pianifica la durata del distaccamento ad un anno (rinnovabile per sei mesi):
- un “pacchetto mobilità” ha completato la riforma alcuni mesi dopo, sì da limitare il dumping sociale nel trasporto stradale.
La Commissione Juncker ha strenuamente difeso lo zoccolo europeo dei diritti sociali siglato nel 2017. Questo testo si contenta comunque di enunciare dei grandi principi (come l’instaurazione di un salario minimo), senza meccanismi pratici per l’applicazione. In materia sociale, il potere resta in effetti largamente concentrato nelle mani degli Stati membri, poco inclini ad un’armonizzazione dei loro sistemi sociali.

La lotta contro l’evasione fiscale
La promessa
Juncker e i suoi alleati avevano predisposto una manciata di importanti misure per combattere evasione e frode fiscale: un’armonizzazione dell’imposta sulle società, una tassa sulle transazioni finanziarie, un rafforzamento della cooperazione tra le amministrazioni fiscali e la lotta contro il riciclaggio di denaro.
Risultato misto
Indebolito dallo scandalo dei “LuxLeaks” all’inizio del suo mandato, Jean-Claude Juncker si è concentrato per far sì che la lotta contro evasione e frode fiscale fosse tra le priorità della sua équipe, che ha fatto diverse riforme per cercare di avere un risultato: scambio automatico di informazioni finanziarie, trasparenza sui ruling fiscali, lista nera dei paradisi fiscali, regolamentazione degli intermediari finanziari, nuove regole antiriciclaggio. In parallelo, la commissaria Margrethe Vestager ha lottato contro l’ottimizzazione fiscale delle multinazionali aprendo indagini sugli accordi fiscali preferenziali che esse beneficiano in alcuni Paesi.
La Commissione Juncker è tuttavia stata criticata per non essere andata abbastanza lontano e abbastanza veloce: essa ha rifiutato di includere i Paesi europei con una fiscalità “accomodante”, come Lussemburgo e Irlanda, alla sua lista dei paradisi fiscali, ed ha fatto pochi progressi in materia di armonizzazione fiscale e tassa sulle transazioni finanziarie. Ma questo è accaduto soprattutto per l’opposizione di alcuni Stati membri, che hanno fatto uso del loro veto per bloccare le riforme più ambiziose.

La regolamentazione delle banche
La promessa
Juncker e i suoi alleati si sono impegnati a realizzare rapidamente l’unione bancaria sì da migliorare la sorveglianza e il consolidamento delle banche europee, e proteggere i risparmiatori in caso di crisi.
Risultato misto
La prima fase dell’unione bancaria si è concretizzata durante la legislatura, con l’instaurazione di un meccanismo di supervisione unica delle banche europee, finalizzato a sorvegliare per prevenire le crisi finanziarie e limitare il loro contagio, e di un meccanismo di risoluzione unica per rinvigorirle in caso di bisogno. Il fondo di risoluzione unica deve ancora progressivamente crescere fino ad arrivare a 55 miliardi di euro nel 2024.
L’unione bancaria non è totalmente completata poiché il sistema di garanzia dei depositi bancari dei privati è ancora in alto mare – la cancelliera tedesca, Angela Merkel, vi si è fermamente opposta.
L’UE si è, quindi, accordato a fine 2018 su un un nuovo “pacchetto bancario” per continuare il lavoro di regolamentazione finanziaria iniziata dopo la crisi del 2008. “Pacchetto” che deve essere pienamente applicato entro il 2022.

La protezione dei dati personali
La promessa
Juncker e i suoi alleati avevano promesso di definire nuove regole più stringenti per proteggere i dati personali dei cittadini su Internet, non solo in seno all’Europa, ma anche per prevenire il loro uso abusivo da parte di aziende americane.
Promessa mantenuta
L’UE ha adottato nel 2016 una grande riforma più protettrice dei dati personali degli internauti, il regolamento generale dei dati (RGPD), entrato in vigore nel 2018.
L’Europa ha ugualmente concluso, nel 2016, un nuovo accordo con gli Stati Uniti sui dati personali degli europei trasferiti verso dei server oltre Atlantico. Questo “Privacy Shield” è considerato essere più protettivo rispetto a quello precedente, anche se dei dubbi ci sono rispetto alla sua applicazione concreta da parte americana.

La fine dei costi del roaming telefonico
La promessa
Juncker e i suoi alleati si erano impegnati ad eliminare il “roaming”, cioé i costi telefonici aggiunti per chi si muove in Europa.
Promessa mantenuta
Da giugno del 2017, i costi di chi si sposta all’interno della UE sono quasi scomparsi. Questa riforma è stata realizzata grazie alla pressione del Parlamento europeo, visto che gli Stati membri non erano generalmente entusiasti.

La neutralità del web
La promessa
Se questa problematica era assente tra le dieci priorità di Juncker, i centristi si erano invece impegnati durante la campagna reclamando un ritorno ai principi dei fondatori di Internet, che impongono agli operatori di telecomunicazioni di non discriminare i contenuti tra di loro. In Usa, la neutralità del web è stata minacciata per diversi anni, prima di essere ufficialmente abrogata nel 2018 dall’amministrazione Trump.
Promessa mantenuta
Il Parlamento europeo ha approvato nel 2015 un nuovo regolamento per la protezione della neutralità del web in Europa. Ed ha così messo fine ai blocchi tecnici che esistevano, anche se è stato ritenuto insufficiente da parte di alcune associazioni per la difesa della libertà online.

La lotta climatica
La promessa
Le dieci priorità di Jean-Claude Juncker non contenevano nessuna promessa concreta sul piano climatico, accontentandosi di promuove una crescita delle energie rinnovabili e l’efficacia energetica.
Risultato misto
L’Ue ha rivisto verso l’alto i suoi obiettivi in materia di energia rinnovabile a giugno 2018. La pressione degli Stati membri ha permesso di arrivare al 32% di energie rinnovabili sul totale, mentre la Commissione Juncker difendeva una posizione meno ambiziosa.
Nel contempo, le nuove norme sul CO2 per i veicoli prevedono una riduzione del 37,5% delle emissioni per il periodo 2020-2030 – un dato di compromesso tra il Parlamento, che reclamava un piano più ambizioso, e la Commissione, che difendeva una posizione più lassista.
La Commissione Juncker ha ugualmente presentato a fine 2018 la sua strategia per la riduzione del carbone a lungo termine, prevedendo una riduzione delle emissioni del 45% entro il 2030, e di circa il 60% entro il 2050.
Infine, l’UE ha approvato nel 2017 una riforma del mercato delle “quote carbone” al fine di avere un sistema più efficace.

La politica internazionale della UE
La promessa

Juncker e i suoi alleati sostenevano che l’UE dovesse parlare con una sola voce forte nella scena mondiale, essenzialmente sviluppando la diplomazia europea e avanzando in termini di difesa comune.
Risultato misto
Con le eccezioni delle notevoli sanzioni contro la Russia, l’UE non ha brillato per il suo dinamismo sulla scena internazionale nel corso degli ultimi cinque anni. Federica Mogherini, la “ministra degli Affari esteri” dell’UE, non è mai realmente riuscita ad imporre una voce europea nella diplomazia mondiale.
Bisogna comunque considerare che il potere diplomatico è prerogativa - tradizionalmente – del Consiglio europeo dei ventotto capi di Stato e del governo. E’ grazie alla loro iniziativa che alcuni piccoli progressi sono stati ottenuti nella cooperazione strutturata permanente. La Commissione Juncker ha tuttavia giocato il suo ruolo, immaginando il futuro fondo europeo di difesa, che dovrebbe essere dotato di 13 miliardi di euro per il periodo 2021-2027.
Infine, l’UE non ha progredito di un passo nella sua rappresentanza in seno alle grandi organizzazioni internazionali, non riuscendo ad ottenere un seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU o nel Fondo Monetario Internazionale (FMI).

La politica europea di immigrazione
La promessa
Juncker e i suoi alleati erano per un approccio equilibrato sulle questioni migratorie, con da un alto una solidarietà tra gli Stati membri, basata su una politica comune di asilo, e dall’altro con una rafforzamento dell’agenzia Frontex, incaricata di proteggere le frontiere esterne dell’UE.
Risultato misto
La crisi dei rifugiati del 2015 ha tuttavia profondamente ribaltato le carte, sia dalla parte di Bruxelles che da quella degli Stati membri.
Di fronte al flusso di migranti, la Commissione europea ha lanciato un programma di ricollocazione e di reinserimento dei richiedenti asilo con delle quote per Paese. Questo programma è stato osteggiato da diverse capitali dell’Europa dell’est, che hanno rifiutato di seguirlo, mentre altri lo hanno accettato senza fretta per accogliere i rifugiati. Il bilancio di questa operazione è lungi dall’essere all’altezza degli obietti all’inizio stabiliti, poiché solo 40.000 dei 160.000 migranti inizialmente previsti sono stati ripartiti in base a queste quote.
Gli Stati membri si sono ugualmente messi d’accordo a giugno 2018 sui principi di una riforma minimale sulla politica migratoria europea. Questa riforma poco impegnativa prevede essenzialmente la realizzazione, su base volontaria, di centri “controllati” per tentare di gestire in modo meno caotico gli arrivi, ma non è stata ancora concretizzata. Niente di più rispetto agli accordi di Dublino sull’armonizzazione europea dell’asilo.
D’altro canto, l’agenzia Forex è stata trasformata nel 2016 in Agenzia europea delle guardie di frontiera, con un personale numeroso e missioni ampliate per controllare le frontiere esterne dell'UE.
L’iniziativa più efficace della Commissione Juncker in materia migratoria resta il controverso accordo siglato con la Turchia nel 2016, che prevede il reinvio dei migranti irregolari in cambio di un aiuto finanziario.
La Commissione è anche stata criticata per la sua missione militare Sophia, lanciata nel 2015 per lottare contro i contrabbandieri e soccorrere i migranti in pericolo nel Mediterraneo. Se, secondo Bruxelles, questa ha permesso di salvare 45.000 persone, questa missione ha anche facilitato l'intercettazione da parte delle guardie costiere libiche di migranti in fuga dal Paese, trasferendoli poi verso dei centri dove le condizioni di vita sono disumane. Essa è stata bloccata nell’estate del 2018 grazie alla pressione del governo “antisistema” italiano, che rifiutava di accogliere i migranti soccorsi.

La democrazia europea
La promessa
Juncker e i suoi alleati hanno promesso di approfondire i meccanismi democratici di un’Europa accusata di essere troppo lontana dai popoli. Il lussemburghese ha promesso essenzialmente una maggiore trasparenza sulle azioni delle lobby a Bruxelles ed una migliore cooperazione coi Parlamenti nazionali.
Risultato misto
Il mandato di Juncker non ha registrato dei big-bang istituzionali, ma qualche riforma tecnica è stata approvata.
Le regole per il finanziamento dei partiti politici sono state rafforzate nel 2018, per impedire la distrazione dei fondi pubblici, così come era accaduto in occasione degli scandali sugli assistenti parlamentari.
Un accordo chiamato “Mieux légiferer” (ndr. Legiferare meglio) è stato concluso nel 2016 tra la Commissione, il Parlamento e le capitali europee per migliorare la regolamentazione e ridurre la burocrazia, ma per il momento è difficile valutare i suoi effetti.
Sono intanto partiti dei lavori per riformare il registro di trasparenza delle lobby, semplificare il meccanismo delle petizioni dei cittadini con l’Iniziativa cittadina europea (ICE) e migliorare il coinvolgimento dei Parlamenti nazionali, ma non sono ancora conclusi.

L’allargamento dell’Unione europea
La promessa
Juncker ha previsto, nel suo discorso di investitura, che ci sarebbe stata una “pausa” nell’allargamento dell’UE durante la sua presidenza, e questo quando durante la campagna elettorale delle europee, i tre partiti di coalizione erano favorevoli ad integrare dei nuovi Paesi, a condizione che rispettassero i criteri politici ed economici del continente.
Promessa mantenuta
La Commissione Juncker ha mantenuto la sua promessa. Essa non ha accettato nessuna nuova adesione, ma ha tuttavia rilanciato i confronti coi Paesi dei Balcani nel 2018, con l’obiettivo dell’ingresso in UE di Serbia e Montenegro verso il 2025.

(articolo di Maxime Vaudano, pubblicato sul quotidiano Le Monde del 12/05/2019)
 
 
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