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Aria condizionata operistica
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La pulce nell'orecchio di Annapaola Laldi
14 agosto 2015 18:45
 
Pare che domani, 15 agosto,  ci sarà la burrasca di ferragosto, poche volte agognata come quest’anno.
Nell’attesa, e sperando che non si risolva con l’ennesima distruzione di qualche spiaggia o quartiere urbano, desidero proseguire con la mia proposta di aria condizionata operistica, che è iniziata, un po’ per caso, domenica scorsa con “Nessun dorma in Pechino”.
Doveva essere l’una di una di queste notti prive di refrigerio, quando, cercando di non agitarmi troppo (sennò è peggio), il mio senso dell’ironia mi ha porto su un piatto d’argento, appunto, l’aria di Calaf, “Nessun dorma in Pechino”, dalla Turandot di Puccini. Una cosa così, per me, ha un effetto pacificatore, tanto più che c’era l’accenno refrigerante alla fredda stanza di Turandot, per non parlare del vero e proprio gelo, emanato dalla spietata principessa cinese (aria di Liù: “Tu che di gel sei cinta”). Bellissimo! In ogni senso.



Ma oggi desidero ampliare il discorso. Non scherzo, quando dico che spesso basta poco a stare meglio in una situazione come quella di questi lunghi giorni; basta non agitarsi, non caricarsi – da soli o in compagnia – sbuffando e lamentandosi a più non posso (Ma senti che caldo! Ma senti che afa! Ma qui si soffoca, ecc. ecc.), e cercare delle vie d’uscita tranquille che sollevino, contemporaneamente, il corpo e lo spirito.
Tanto per fare un esempio, all’inizio di queste pesantissime giornate ho messo come sfondo del desktop l’immagine di una foca (irlandese) molto simpatica che sguazza nell’acqua. Il senso di refrigerio è immediato. Almeno per me. E quella fochina tutta felice mi dà molta allegria.

E adesso torniamo a quella che chiamo “aria condizionata operistica”. Tra le non molte opere che conosco, mi pare che quella più adatta all’occasione sia “La Bohème” di Giacomo Puccini. Certo, la conclusione della storia è drammatica, ma questo è comune a gran parte delle opere liriche. 



Quello che mi interessa qui è l’ambientazione dell’opera, in pieno inverno. Già nel primo quadro ci troviamo in una gelidissima soffitta parigina in un altrettanto gelido inverno. La didascalia nel libretto dice infatti: “Ampia finestra dalla quale si scorge una distesa di tetti coperti di neve …“. E poi continua osservando che, mentre Rodolfo, il poeta, guarda fuori dalla finestra, l’amico Marcello lavora a un quadro “con le mani intirizzite dal freddo e che egli riscalda alitandovi su di quando in quando, mutando, pel gran gelo, spesso posizione”. Se facciamo appello alla nostra capacità di immedesimazione e ci lasciamo trasportare dalla dinamica della scena, e, naturalmente, dalla bellissima musica di Puccini, il nostro disagio per la presente afa sarà attenuato, scomparendo, quasi, quando ci troviamo testimoni dell’incontro tra Rodolfo e Mimì e ascoltiamo l’aria “Che gelida manina”.



La storia narrata da Bohème si svolge nell'arco di non molto tempo. Se l’incontro nella soffitta avviene la vigilia di Natale, anche il terzo quadro si svolge in pieno inverno. E l’inizio di esso è di una vera e propria magia musicale (come sempre, troppo troppo breve). Tempo fa, in una trasmissione sull’opera lirica, sentii un critico che la spiegava, dicendo che, con quella musica molto particolare, Puccini aveva proprio voluto rendere l’effetto di una nevicata. Purtroppo non ho trovato un video che faccia ascoltare questo brano separato, e quindi devo rimandare all’opera intera (minuto 58).
E anche la fine si situa nella stagione fredda (forse l’inverno seguente?), visto che Colline si separa dalla sua zimarra  e Musetta corre a comprare un manicotto nel tentativo di riscaldare le mani di Mimì, allo stremo delle forze.



Ma, guardando e ascoltando La Bohème, bisogna dire che non c’è più spazio per avvertire il disagio del caldo, tanto la storia e la musica ci hanno preso fino a quel “Sono andati, fingevo di dormire” e alla possente conclusione orchestrale, che Toscanini sembra trovasse un po’ troppo solenne, perché, in fondo, Mimì, era una piccola fioraia, mica Sigfrido! Al che Puccini, si dice rispondesse: “Ma a Rodolfo crolla il mondo”.



Nota:
Ho dato la preferenza all’edizione alla Scala del 1979, sotto la direzione di C. Kleber, perché fra un atto e l’altro c’è uno stacco, e quindi è più facile individuare l’inizio del terzo quadro – Barriera d’Enfer).
Segnalo però anche un’edizione storica diretta da Karajan.
Ho scoperto, infine, che l’opera ha una versione cinematografica del 2008, girata nel 150.o anniversario della nascita di Giacomo Puccini.
Devo a PYM, giovane marmotta che sa smanettare sul PC in modo sopraffino, la novità dell'inserimento dei passi lirici citati. Mica male! Chi vuole ascoltarli, dà il "via", chi non vuole, passa oltre. Elementare, Watson! E grazie, PYM.

 
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