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I 'caproni', l'universita' e la ricerca
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Articolo di Pietro Yates Moretti
2 giugno 2008 0:00
 
Qualche tempo fa ero a cena con alcuni amici in una affollata trattoria. Accanto a noi sedeva una simpatica coppia di turisti americani che dopo un po', vista la vicinanza dei tavoli, ha cominciato a rivolgerci qualche domanda. Appena saputo che alcuni di noi avevano studiato in una nota universita' statunitense, la donna ha reagito con un plateale inchino fra l'ossequioso e l'ironico. Il marito, un docente universitario di letteratura, ci ha raccontato di aver provato senza successo ad entrare in quella universita', non nascondendo una lontana ma ancora cocente delusione. Questo breve scambio ha sorpreso uno dei convitati, che ha commentato: "Forse Yale e' tenuta in cosi' alta considerazione dagli americani perche' lo studente medio e' un caprone". Ouch!

Da allora continuo a chiedermi... ma come e' possibile, ancora oggi, pensare che la realta' accademica statunitense sia popolata prevalentemente da 'caproni'? Come e' possibile che dica questo proprio chi ha frequentato e vissuto lo sfascio dell'universita' italiana, secondo ogni criterio e classifica fra le peggiori del mondo occidentale? Soprattutto, come e' possibile esprimere giudizi simili senza aver mostrato mai, in anni che ci conosciamo, la benche' minima curiosita' su quella straordinaria realta'?

Questo episodio mi costringe a riflettere su una delle principali tragedie italiane: non siamo piu' in grado di apprezzare la disastrata condizione in cui versa la nostra universita', e di conseguenza una intera generazione. Certo, tutti siamo consapevoli dei problemi, anche gravi, che affliggono quasi tutte le pubbliche cose. Ma alla fine ci consoliamo con quel malinconico orgoglio proprio delle civilta' in declino, facendo ricorso esclusivamente a metri di giudizio antiquati ma ancora fortemente radicati nell'intellettualismo nostrano: la nozionistica, la retorica, l'identita' storico-culturale. Questo ci permette di ignorare le altre realta', o quantomeno di giudicarle senza conoscerle.

E' vero, molti studenti americani anche delle piu' prestigiose universita' non hanno mai sentito parlare di Foscolo o di Leopardi. E allora? Quanti studenti italiani conoscono Philip Roth o Kurt Vonnegut? Soprattutto, quanti italiani hanno veramente letto e compreso Foscolo e Leopardi, al di la' del banale scimmiottamento di cio' che alcuni 'veneratissimi' critici letterari hanno scritto di loro decenni fa?

L'universita' americana, contrariamente a gran parte di quella italiana, premia la curiosita', la potenzialita', la creativita', e l'entusiasmo. Tutte qualita' che non sono facilmente osservabili ed individuabili ad occhio nudo, come invece lo e' lo sfoggio retorico infarcito di vuota nozionistica. Per apprezzarle occorre un 'paradigm shift', una sostituzione radicale dei metri di giudizio. Studenti che all'apparenza possono apparire addirittura sgrammaticati, anche poco rigorosi, spesso si rivelano pensatori straordinari. Ed e' su questi che un Paese dovrebbe puntare.

Grazie a questo diverso metodo di individuazione del talento, oggi le migliori universita' americane sono piene di quei pensatori una volta 'ignorantelli' che hanno regalato agli Stati Uniti il primato intellettuale, economico, scientifico e tecnologico di cui godono. Ed ora lo trasmettono ad una nuova generazione, stimolandola non solo a confermare ma anche e soprattutto a mettere in discussione le proprie scoperte. E lo fanno prima di tutto stimolando il pensiero, senza violentare da subito la mente con controproducenti esercizi di memorizzazione di intere antologie, codici o quant'altro (tipico esame da universita' italiana). La nozione possono impararla tutti, anche i piu' cocciuti, senza mai mettere piede in un'aula universitaria.

Immaginate una universita' dove:
- ogni docente e' uno dei piu' importanti esperti mondiali della materia che insegna (non e' raro fare lezione con qualche premio Nobel);
- i docenti sono sempre dei ricercatori, e quando cessano di fare ricerca, sono costretti ad andarsene;
- vengono selezionate poche centinaia di studenti sulle decine di migliaia che fanno domanda, dando vita ad una comunita' dove si impara dai coetanei quanto dai professori;
- gli studenti sono incoraggiati, seguiti, guidati e, se svogliati o inadatti, espulsi;
- tutti i professori conoscono i propri studenti per nome, e si rendono disponibili in qualsiasi momento anche per telefono o per email;
- ogni semestre gli studenti valutano l'operato dei propri insegnanti (dalla loro puntualita' alla organizzazione del materiale didattico), valutazioni che possono portare alla promozione o al licenziamento di un docente;
- tutti i dottorandi ricevono uno stipendio di 2mila euro al mese, piu' borse di studio generose per partecipare a convegni, ricerche, etc.;
- il dottorato di ricerca dura sei anni, e non tre come in Italia (la scrittura della dissertazione e' preceduta da tre anni di intensi corsi ed esami si apprende come fare ricerca, oltre a sviluppare metodologie e conoscenze approfondite della materia che difficilmente si possono acquisire nei corsi di laurea);
- si ha a disposizione una biblioteca che acquista praticamente in tempo reale i cataloghi integrali di tutte le piu' importanti case editrici mondiali;
- c'e' un ricchissimo museo di storia dell'arte, uno di storia naturale, tre teatri, due enormi palestre, un museo di strumenti musicali antichi, uno degli ospedali piu' all'avanguardia al mondo (dove i medici sono scelti con gli stessi criteri dei docenti e degli studenti), etc.;
- ogni giorno si svolgono decine di eventi, da convegni a concerti, da laboratori teatrali alle lectures dei piu' straordinari autori, da seminari sulla paleografia di latino medievale a lezioni di ballo latino-americano;
- la spesa annuale per la ricerca e la formazione dei circa 6mila studenti supera quella trimestrale di tutti gli atenei pubblici italiani messi insieme per i suoi quasi 2 milioni di iscritti.

Potrei continuare, ma credo che chiunque abbia avuto a che fare con l'universita' italiana, abbia chiara l'abissale dissomiglianza. Ecco perche' Yale e' Yale. Ed ecco perche' a Yale persone che a noi, con i nostri metri di giudizio, possono apparire normali o al massimo in gamba come tanti altri, riescono a raggiungere traguardi straordinari.

Tornare nella realta' italiana, anche con tutto l'amore e l'entusiasmo che puo' accompagnare un nuovo progetto di vita ed un nuovo impegno, non e' facile ma puo' aiutare a mettere a fuoco le cause di cio' che e' andato storto. Si ha l'impressione di essere bombardati da una forza livellatrice, che tende a schiacciare la potenzialita' dei singoli, a narcotizzarne l'entusiasmo, ad annientarne l'individualita'. La combinazione delle intelligenze di un individuo viene sacrificata sull'altare di una nozione preistorica e monolitica di intelligenza. E' cosi' che sono ignorati i migliori talenti di questo Paese. E la meritocrazia, oggi tanto invocata, potra' ben poco se i metodi di individuazione del merito rimarranno legati a nozioni ottocentesche del 'genio' romantico, o peggio ancora a nozioni barocche di dissimulazione retorica.

Fra invidia e fatalismo, insicurezze e false rassicurazioni, ci stiamo lasciando andare. Siamo consapevoli del rischio che corriamo nel chiudere gli occhi, ma siamo stanchi di lottare, di essere umiliati, vogliamo addormentarci tranquillizzati dalla quotidianita' delle nostre certezze. Aver lasciato che l'universita' e la ricerca divenissero quelle che sono oggi, abbandonando una intera generazione a se stessa, e' il sintomo di una volonta' suicida. Nonostante si cerchi di nasconderla dietro un'imbarazzante professione di superiorita' storico-culturale -come se le opere dei secoli passati fossero frutto dell'Italia di oggi- abbiamo dato vita ad una generazione di studenti inconsapevoli, custodi di un enorme museo dove l'unica preoccupazione e' conservare l'ombra di un glorioso passato, convinti forse che essa possa illuminarci.
 
 
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