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Il governo vuole impedirci di odiare i parenti a Natale come facciamo ogni anno
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Articolo di Redazione
13 novembre 2020 7:58
 
 Vorrei conoscere la mamma di Tommaso. Giacché Tommaso avrà una mamma, in questo mondo non abbastanza disneyano né dickensiano da farci tutti orfani. Esisterà la mamma anche se, come spero, Tommaso non esiste. Voglio sperare che Tommaso sia un’invenzione di Rocco Casalino, il Balzac che questo secolo si può permettere. 
Sull’Instagram di Conte (mica il cantante: l’anti-Walter Nudo, quello che ha deciso d’abolire il precetto «a Natale tutti insieme») ci sono la lettera del bambino («bimbo», in linguaggio giornalistico-governativo) Tommaso, e la risposta del presidente del Consiglio. 
Tommaso ha cinque anni, e scrive dalla provincia di Monza. Tommaso dice che sia all’asilo sia in famiglia seguono tutte le regole, «igienizziamo sempre le manine», ed è qui che casca il romanziere, sul registro lessicale adulto: il bambino Tommaso di sé direbbe «mani», ma non importa, non infrangiamo la sospensione dell’incredulità, ciò di cui stiamo parlando (l’abolizione del Natale che agita le coscienze degli italiani, perdindirindina) è troppo importante per cavillare sulla forma. 
Tommaso chiede una deroga per Babbo Natale, «è bravo e metterà sicuramente la mascherina per proteggersi», ma gli lasci portare i regali. Ai miei tempi i cinquenni erano già scafatissimi e non credevano più a Babbo Natale da un bel pezzo, ma ora non concentriamoci sul ritardo evolutivo. O meglio, facciamolo in un altro modo: leggiamo la risposta di Conte. 

(Il primo cuoricino che mi compare al post è di Chiara Ferragni: chissà se è per il Tommaso immaginario o per il decretista severo ma affettuoso). 

«Babbo Natale mi ha garantito che già possiede un’autocertificazione internazionale»: sono il presidente del Consiglio, vuoi che non abbia il vecchio Babbo su WhatsApp?; «Mi ha poi confermato che usa sempre la mascherina e mantiene la giusta distanza»: non si sa da chi, da che mondo è mondo Babbo Natale non incontra nessuno, adesso che sanno che con la mascherina ci si può fare conversazione chi li manda più a letto, i minorenni, la sera del 24?; «Gli ho raccontato che quest’anno in Italia è stato un anno molto difficile e tu e tutti i bambini siete stati adorabili»: è il 13 novembre, e i piccoli teppisti hanno quaranta giorni per scapricciare, tanto sono già stati raccomandati a Babbo Natale; ma il capolavoro è sul finale, non sprecare richieste riguardanti il virus con Babbo Natale, «a cacciare via il coronavirus ci riusciremo noi adulti». 

È per non personalizzare la questione che la presidenza del Consiglio ha creato Tommaso. Mica poteva rispondere alla vera bambina, Cristel (quando hai un nome imbecille non sei quasi mai una creatura di fantasia, lasciatevelo dire da una che si chiama Guia), che mercoledì gli si rivolgeva in un video pubblicato sul sito del quotidiano veronese L’arena.
La povera Cristel ha una mamma che, finiti i tempi di Cinecittà (quando l’avrebbe portata a fare provini per un film), finiti i tempi del Palatino (quando l’avrebbe portata a far vedere a Gianni Boncompagni, l’ascensore sociale di fine Novecento), pensa bene di farle un video in cui la cinquenne parla a Conte. Quello dei decreti, no quello del Mocambo.

Il dickensiano monologo di Cristel comincia con «La mia mamma lo sai che ha prenotato due giorni di vacanza?». Questi miseri due giorni vengono interrotti (dopo un giorno? Un giorno e mezzo? Avranno diritto al rimborso della mezza pensione?) dalla scoperta che la maestra di Cristel è positiva al virus. E poi, se non siete completamente digiuni di narrazione già l’avrete capito, si scopre che è positiva anche Cristel.
Ma Cristel non è preoccupata del virus, non sarebbe verosimile, la mamma verrebbe accusata d’averla indottrinata. Cristel ha preoccupazioni da bambina: il Natale. «Se chiudi tutto, puoi lasciare Babbo Natale, Santa Lucia e la Befana portarmi un regalino?». Cristel è politeista, crede in chiunque le porti i regali. La madre, invece, è chiaramente una raffinata stratega che ha convinto la piccina che, se non riceverà niente, non è perché i genitori hanno colto l’occasione per risparmiare, ma perché il governo ha decretato un Natale infelice.

Il paese è in rivolta, ve ne sarete accorti. Fossi un governo non di fulmini di guerra ma comunque aggravato dall’impossibile compito di governare gli italiani, mi chiederei se per caso ho fatto una cazzata a giugno. L’idea che gli italiani ti si rivoltavano se gli levavi l’estate era fondata, ma andava incrociata con un altro dato: mai quanto ti si rivolteranno se gli levi il Natale.

Commento sulla pagina Facebook d’un giornale, ieri, di italiana equilibratissima e con salde priorità: «Dentro casa mia farò il mio pranzo di Natale o capodanno con la mia famiglia, non esiste Galli, Conte, Dpcm che lo possa vietare, visto che le bollette e gli affitti li pago io e non loro, la casa è la nostra dimora, la nostra privacy e la nostra vita!!».
Dico, nessuno al governo è iscritto a Facebook? Lo usano solo per le dirette delle conferenze stampa? Non hanno mai fatto un giro per bacheche tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio, quando gli italiani danno fondo alle loro più profonde perversioni?

Natale è quel periodo dell’anno in cui sulle bacheche degli italiani succedono due cose.

La prima, visibile a tutti, sono le foto di cibo. Sembra sempre che la guerra e la carestia siano finite la settimana prima, che il tenutario della bacheca non veda da anni un pasto completo, che il suo avere mangiato tre portate sia una notizia. Sempre, le foto di cibo sono accompagnate da solenni promesse di non mangiare mai più e rumorosi rimorsi circa l’essere sicuramente ingrassati cento chili in mezza giornata.
La seconda, che l’italiano accorto posta con impostazioni di privacy che la rendano visibile solo a colleghi e amici (qualche centinaio dei più intimi), è la lamentazione a proposito dei familiari. L’inferno sono i parenti a Natale, ve lo avrebbe confermato qualunque italiano fino al 2019.
Nel 2020 no. Perché nel 2020 il governo crudele vuole impedire all’italiano improvvisamente familista di abbracciare il cognato che fino allo scorso Natale voleva sgozzare, di stare vicino vicino alla suocera, che fino a che non è stato bandito da casa sua per decreto egli avrebbe volentieri gettato dalla finestra, eccetera.

Il Natale è quella festa che più tradizionalmente viene ritratta in “Parenti serpenti”. Nel film del 1992 che non sapevamo chiudere un’epoca (quella delle commedie fatte a forma di commedia e non di spot del profumo: in “Parenti serpenti” erano tutti orrendi, oggi ci metterebbero Kasia Smutniak e a noi toccherebbe il faticoso compito di crederla una zitella abruzzese), a Natale tutti si odiavano.
Cognate odiavano cognate, sorelle odiavano sorelle, il fratello gay non dichiarato odiava tutti, la cognata smaniosa odiava la figlia chiatta, e l’anziana madre cercava di mediare come tutte le nonne della profonda provincia italiana.
Alla fine, poiché i nonni annunciavano di voler lasciare la provincia per trasferirsi in città dai figli, i figli facevano l’unica cosa ragionevole e amorevole e natalizia: li ammazzavano.

I nonni sono la vera risorsa del Natale, che sia in forma di busta di contanti (altro che aspettare santa Lucia che scenda dal camino – o forse mi confondo con la Befana) da vivi, o di eredità da morti. I nonni (ma pure gli zii, i cugini) sono quelli che l’italiano vuole avere il sacro diritto a odiare, a frequentare per dovere, a disprezzare da vicino.

Le festività a questo rituale servono. E ora questo governo vuole privarcene, allontanando i parenti, rendendoli automaticamente oggetto del desiderio. Snaturandoli: la famiglia è fatta per essere oggetto d’odio da vicino, mica di struggimento da lontano.
Una modesta proposta: ritroviamo lo spirito del Natale. Facciamolo per Cristel e Tommaso: col virus non serve neanche manipolare la vecchia caldaia e farli saltare in aria con la fuga di gas come nel film, i nonni. Ci pensa lui. Lasciamolo fare.

(articolo di Guia Soncini su Linkiesta del 13/11/2020)
 
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