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Ignazio Marino: mancano i soldi per la ricerca, e quelli che ci sono...
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Articolo di Marco Bazzichi
21 maggio 2008 0:00
 
Non ci vuole un genio dell’analisi finanziaria e sociale per sapere che in Italia il campo della ricerca scientifica versa in una situazione drammatica. Non sono mancati i premi nobel nostrani, ma l’ultimo premio nobel che ha prodotto il proprio lavoro in Italia è stato Camillo Golgi, la bellezza di 102 anni fa.

Ignazio Marino, ex presidente della Commissione Igiene e Sanità al Senato e docente del centro trapianti dell'università Thomas Jefferson di Philadelphia, non si ferma al solito, per quanto giustificato, piagnisteo di dottorandi, ricercatori e professori in cerca di finanziamenti. Intervenendo al convegno “Liberiamo la ricerca”, organizzato dall’Università di Bologna il 19 maggio scorso, Marino spiega che è l’attuale meccanismo dei finanziamenti a lasciare che si sprechino le già scarse risorse a disposizione. Incapacità dei politici, certo, indifferenza della società, certo, pochi fondi, certo, ma queste sono le cause esogene, esterne al mondo della ricerca italiana.

A scrutare invece le cause endogene, interne al sistema, non sfuggirà quantomeno una corresponsabilità tra chi governa il nostro paese e coloro che hanno sempre approfittato di certi metodi. In particolare non va benissimo il metodo avviato all’inzio degli anni ’80, quando “in Italia –ricostruisce Marino- venne approvata una legge che è stata l’inizio della catastrofe”. Con quella legge, di colpo un marea di assistenti universitari furono trasformati in professori associati e persino ordinari. Vi furono dei concorsi molto, troppo aperti che permisero, pagando 50 mila lire una qualsiasi casa editrice, di farsi pubblicare dei lavori scientifici, magari improvvisati alla bisogna, e questo fu sufficiente per far entrare permanentemente nel sistema dei docenti che occupano ancora la cattedra ottenuta allora: “e così molte delle 16 mila persone”, che parteciparono a quei concorsi, “fanno ancora parte del mondo accademico senza mai essere stati sottoposti ad ulteriore giudizio”.

Quindi ci teniamo i docenti che abbiamo, e questo lo si deduce anche dall’età. In Italia abbiamo, in assoluto, nove (9) professori ordinari sotto i 40 anni: lo 0,05%, contro il 16% dell’Inghilterra. “Il problema della ricerca è condiviso da tutti” Marino non ha mai trovato “un leader universitario o un politico che lo neghi. Ma non se ne occupa nessuno, né di finanziare di più né di cambiare le regole dei finanziamenti”.

Dati Eurostat: la spesa in ricerca nella UE è all’1,93% del Pil, in Svezia 4,27, in Finlandia 3,51, in Germania 2,5, in Francia 2,2, negli USA, 2,8, in Giappone 3,12, in Italia, alla grande, 1,14%. Quindi esiste un problema di finanziamento che è molto molto importante ma è ancora più importante il modo in cui si finanzia la ricerca. “Anche se noi riuscissimo per miracolo a portare i nostri finanziamenti a cinque volte gli attuali, se noi continuiamo a finanziare i ricercatori con questo meccanismo top down senza mai valutare il merito dei progetti, non avremo fatto alcun passo avanti”: il quadro tremendo di Marino offre però qualche spiraglio positivo, grazie al lavoro svolto dalla Commissione da lui presieduta nella scorsa legislatura, che “aveva chiesto che il 10% dei fondi della ricerca venissero destinati ai più giovani col meccanismo del peer-review e con una commissione di scienziati anche loro al di sotto dei 40 anni e, almeno per la metà, attivi in un centro di ricerca all’estero. E’ con grande soddisfazione che ho seguito questo progetto prima in finanziaria, e poi il 4 aprile si è insediata questa commissione che ha ricevuto oltre mille progetti di ricerca”. Si tratta quindi non di un meccanismo a pioggia, con la possibilità di scegliere in quale struttura andare: un primo passo nella direzione giusta.

Tra le altre proposte di Marino, l’abolizione dell’iva “il materiale di consumo che viene utilizzato nei nostri laboratori di ricerca” e la richiesta che “tutti i fondi pubblici destinati alla ricerca vengano attribuiti sulla base del peer-review, un meccanismo semplice che non richiede finanziamenti ulteriori. Vedremo alla prova dei fatti chi voterà a favore e chi contro.” Certo, quanti dei nostri docenti sono disposti, secondo il peer-review, a sottoporsi a una valutazione fatta da altri specialisti, possibilmente stranieri?
 
 
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