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Neoliberismo, chi lo conosce? Quando una decisione di politica economica non piace, la si etichetta come neoliberista. L’audience è assicurata
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Articolo di Gian Luigi Corinto
23 dicembre 2023 13:08
 
Il neoliberismo, si dice, ha pervaso l’economia. E lo fa da almeno cinquant’anni, ma sta morendo e deve essere rimpiazzato per via dei suoi fallimenti. Può essere vero, e almeno lo è per molti che ne parlano continuamente in modo negativo, come Joseph Stiglitz. I padri di questa dottrina che crede ciecamente nei meccanismi di mercato sono consideratil’austriaco Ludwig von Mises, nato però in Ucraina, e l’americano Milton Friedman. Il primo ha sempre rifiutato l’etichetta di neoliberista, il secondo preferiva definirsi un liberista classico. A fronte delle auto-identificazioni sta il fatto che nessuno dei due ha mai avuto posizioni istituzionali di controllo effettivo sulla politica economica. I due erano teorici e scrivevano durante l’epoca di Keynesismo imperante. Se la dovevano vedere con l’assoluto predominio culturale, accademico e manualistico di Paul Samuelson, principale divulgatore delle teorie keynesiane e uomo con le “mani in pasta”.

Mises ebbe modo di spiegare le proprie posizioni contro l'interventismo economico sia con argomentazioni filosofiche che pratiche. La principale prova empirica era che la pianificazione centrale è intrinsecamente suscettibile di frode e – cosa forse peggiore – assolutamente impossibile da mettere in pratica senza provocare disastri di allocazione delle risorse disponibili. Premettere una decisore centrale che pianifica tutta l’economia è folle, disfunzionale e impedisce al mercato di segnalare con i prezzi dove allocare le risorse e per conseguenza chi premiare. La storia insegna che le economie pianificate sono sempre state incapaci di soddisfare i desideri e i bisogni dei consumatori, spesso nemmeno quello più basilari. Mises è morto nel 1973 e non ha potuto rivendicare le proprie ragioni di fronte al crollo dell’Unione Sovietica, che è la prova tangibile di quanto avesse ragione.

Friedman è noto per il suo libro “Capitalismo e Libertà” del 1962 e, soprattutto, per le teorie monetariste, di grande successo negli anni Settanta dopo che le politiche interventiste delle banche centrali propugnate da Samuelson avevano causato periodi di stagnazione e inflazione. A Friedman sono state intestate le politiche aggressive di gestione dei tassi d’interesse di Paul Volcker, a capo della Federal Reserve dal 1979 al 1987. I Volcker shock domarono una feroce inflazione, ma va ricordato che Friedman fu molto critico nei confronti della Fed, fino a denunciarne i risultati come una successione di decisioni casuali, spesso sbagliate, che non puntavano affatto alla stabilizzazione monetaria, rimanendo solo sul piano della retorica monetarista.
I detrattori di Mises e Friedman, che li tacciano di neoliberismo, in realtà non considerano la vera sostanza del loro pensiero. L’approccio di Friedman prevedeva una forma di intervento molto limitato e basato su regole precise, quello di Mises una più ampia idea di non intervento economico. Nei fatti, le idee di entrambi sono state sostituite da politiche molto invasive e “proattive” rispetto agli esiti di mercato, nella pretesa di governare la maggior parte delle questioni economiche. Sembra proprio interventismo centralista.

Il neoliberismo di cui si parla oggi non è figlio del pensiero liberale e liberista, ma della politica di alcuni tecnocrati interventisti che lavorano in istituzioni come la WTO - World Trade Organization, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, storicamente in mano a economisti di formazione keynesiana. I teorici del libero mercato e i contrari all’intervento pubblico sono sempre stati assenti dagli eventi politici formativi di queste istituzioni, a iniziare dalla conferenza di Bretton Woods del 1944, a cui partecipò lo stesso Keynes, per continuare con i ciclici incontri per il GATT, l’Accordo Generale sul Commercio e le Tariffe del 1948, culminato nel WTO del 1995.
Non è facile incontrare nelle stanze dei bottoni internazionali teorici della libera concorrenza e del minimo intervento statale, ma è invece possibile trovare figure politiche ed economiche formate su idee favorevoli a vari gradi di tecnocrazia interventista. Queste istituzioni “neoliberali” attraggono abitualmente politici di carriera come Dominique Strauss-Kahn e progressisti come lo stesso Joseph Stiglitz, capo economista della Banca Mondiale nel 1997-2000 e oggi feroce polemista contro il neoliberismo. Sembra proprio che la continua polemica di Stiglitz ha causato un modo di fare molto diffuso, nel mondo e anche in Italia. Quando una decisione di politica economica non piace, la cosa più semplice da fare sia quella di etichettarla come neoliberista. L’audience è assicurata.
 
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