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Articolo di Redazione
15 ottobre 2017 20:13
 
 La frase e’ stata pubblicata nel 1928 in Printer’s Ink, rivista del settore pubblicitario nordamericano. “Un articolo che non si consuma e’ una tragedia per gli affari”. Perche’ vender meno se progettando i prodotti con un sistema di usura incorporato si vende di piu’? Perche’ non abbandonare questo afflato romantico di fare prodotti ben fatti, consistenti, durevoli, pratici in un solo colpo? Non sarebbe meglio per il business far si’ che il cliente paghi piu’ spesso?
La storia di un’idea che si fece forza come salvezza dinamica negli anni della Grnde Depressione, si e’ convertita in un mantra della societa’ dei consumi -comprare, usare, buttare, tornare a comprare- ed e’ diventata, in questo tempo, una seria minaccia ambientale, che puo’ essere descritta nei minimi particolari. L’ultimo e piu’ rilevante e’ l’arrivo della questione nelle istanze europee, fatto che dimostra la presa di coscienza che e’ in atto: lo scorso 4 luglio il Parlamento europeo ha approvato (662 a favore e 32 contro) il Rapporto sulla vita utile piu’ ampia per i prodotti, invitando la Commissione perche’ prenda provvedimenti.
In Francia, il Paese con la legislazione piu’ dura in Europa, si registra la prima denuncia di un’associazione di consumatori contro i fabbricanti di stampanti. Lo scorso 18 settembre, l’associazione “Alt all’obsolescenza programmata” ha accusato ditte come Epson, HP, Canon o Brother di pratiche destinate a deliberatamente ridurre la vita utile di stampanti e cartucce.
Il metodo non e’ nuovo. Il punto piu’ alto si e’ visto alla fine del secolo XIX, nella industria tessile (quando le fabbriche cominciarono ad utilizzare piu’ amido e meno cotone) e si e’ consolidata nel 1924, quando General Electric, Osram e Phillips si riunirono in Svizzera e decisero di limitare la vita utile delle lampadine a 1.000 ore. … Cosi’ fu firmato l’atto di morte della durabilita’. Prima le lampadine duravano di piu’. Come quella che, senza mai essere spenta, e’ accesa nel parco di Livermore, in California. Con filamenti grossi e intensi piu’ di quelli dei suoi successori, fu concepita per durare. E continua ancora, trasformata nel simbolo della obsolescenza programmata, e’ diventata un mito.
In questa logica, negli anni 30, per le calze di nylon indistruttibili di Du Pont, fino al telefono intelligente che diventa muto senza un motivo solo un anno e mezzo dopo che e’ stato acquistato. L’obsolescenza programmata (OP) si e’ raffinata. E la voglia di frode da parte del fabbricante non e’ facile da dimostrare.
“Oggi gli investimenti in tecnologia vengono fatti piu’ che altro per capire come limitare la durabilita’ e non per miglioralra per il consumatore”. Cosi’ dice Benito Muros, un ex-pilota di 56 anni che sono anni che denuncia l’obsolescenza programmata. Presidente della Fundación Energía e Innovación Sostenible Sin Obsolescencia Programada (Feniss), assicura che la OP e’ presente in tutti gli apparati elettronici che compriamo, incluse le automobili.
Secondo Muros, che e’ responsabile di un’impresa che costruisce lampadine, semafori e vari strumenti per l’illuminazione e che li vende alla Pubblica Amministrazione, oggi sul mercato ci sono varie forme di OP: dispositivi con contenitori che non permettono di disperdere il calore, e il cui riscaldamento porta ad avarie premature; componenti come i condensatori elettronici, le cui dimensioni determinano la vita del prodotto (perdono liquido rispetto alle ore d’uso; tanto meno e’ la capacita’ di contenimento del liquido, meno durano); batterie che non si possono cambiare (come accade con l’iPhone) e che obbligano a comprare un nuovo apparato; chip con dei contatori e che sono programmati perche’, dopo un determinato numero di utilizzo, il sistema si blocca (come e’ accaduto per alcune stampanti; il consumatore che si avventura a cercare di ripararla, si trovera’ di fronte ad un’offerta di comprarne una nuova che costa meno della riparazione).
Muros, che sostiene di essere oggetto di campagne di diffamazione dai media perche’ si oppone alla OP -e che ha fabbricato una lampadina che e’ stata oggetto di varie controversie- assicura che riceviamo aggiornamenti nei nostri telefonini che apportano un cambio del software in modo che vadano piu’ lenti.
“Ti mandano una specie di virus che e’ fatto apposta per far finire il telefono”. Altro apparato buono per la spazzatura e altro residuo elettronico che si accumulera’ nella spazzatura tossica che poi finira’ in qualche parte lontana, tipo Africa.
Circa 215.000 tonnellate di apparati elettronici che provengono, essenzialmente, dagli Usa e dall’Europa, sbarcano ogni anno in Ghana, secondo Motherboard, piattaforma multimediale che fa ricerche su prodotti di largo consumo.
Vengono portate circa 129.000 tonnellate di rifiuti in luoghi come Agbogbloshie, una delle maggiori discariche tecnologiche del mondo, ad Accra, la capitale del Paese.
L’industria tecnologica genera da sola 41 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici ogni anno, secondo un’indagine del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente. Tra il 60 e il 90% cade nelle mani di bande organizzate che li scarica o commercializza illegalmente. Oltre al Ghana, Paesi come India e Pakistan sono luoghi in cui giungono computer, televisori e telefonini scartati quando arrivano i nuovi oggetti per le vendite, perche’ noi siamo stupidi e perche’ una settimana di prezzi pazzi in un grande magazzino e’ un’opportunita’ che non si puo’ perdere. Tutto si fa per l’ultimo modello.
Questo tutto e’ una pratica che ha i suoi sostenitori, che definiscono come una obsolescenza programmata e controllata, senza eccessi, sia il modo in cui il mondo funziona oggi. Ed e’ fonte per la creazione di lavoro.
Ma, l’avanzamento tecnologico ci porta soluzioni piu’ ecologiche ed efficienti, come sarebbe il caso delle auto elettriche; in modo che l'obsolescenza programmata potrebbe avere un senso, affermano i suoi sostenitori.
Consumatori che si stanno muovendo in Francia
La Francia e’ il Paese che ha le leggi piu’ dure in Europa nella lotta contro l’obsolescenza programmata. E’ stata approvata nel 2015. Le ditte che incorrono in queste pratiche possono arrivare a pagare multe fino a 300.000 euro.
La denuncia dell’associazione “Alt all’Obsolescenza programmata”, presentata nello scorso mese di settembre, la prima del settore, ha segnalato aziende come HP, Canon o Brother che riducono deliberatamente la vita utile delle stampanti e delle cartucce; in modo particolare per la Epson.
Questo giornale ha cercato di fare un’intervista con un qualche responsabile della Epson in Spagna, ma non ci e’ riuscito. Un portavoce ha risposto solo per posta elettronica: “Epson conosce la denuncia dell’associazione HOP in Francia e stiamo lavorando con le autorita’ competenti per rispondere in modo appropriato e risolvere il caso”. Ed ha aggiunto: “Respingiamo totalmente l’affermazione che i nostri prodotti sono programmati per smettere di funzionare in base ad un tempo programmato”.
Il dibattito e’ aperto. E include coloro che sostengono che questa dell’obsolescenza programmata e’ una teoria complottistica.
Un giretto su Twitter permette di valutare diversi argomenti: il vero problema non sono le azienda, ma i consuamtori: chiediamo prodotti economici da usare e buttare e non siamo disposti a pagarli cio’ che costano se sono realmente di qualita’.
Con questa stessa linea si muove il direttore generale dell’Asociación Nacional de Fabricantes de Electrodomésticos (Anfel – Spagna), raggruppamento che riunisce le ditte del bianco (frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, etc). Questo giornale ha cercato di fare una qualche intervista con un qualunque responsabile della Anfel, che invece ha solo accettato di rispondere a delle domande per posta elettronica. Per assicurarci che hanno dati che respingono l’idea che gli elettrodomestici durano in media meno di quelli del secolo scorso, e che qualificano la pratica di obsolescenza programmata come “deplorabile”. Alberto Zapatero, direttore generale della Anfel, scrive: “C’e’ da considerare che i consumatori non solo buttano via prodotti che hanno smesso di funzionare, ma che lo fanno anche per altri motivi, come quelli di far fronte a motivi tecnici, normativi o economici (per esempio, un televisore senza digitale terrestre), per il desiderio di acquisire un nuovo modello per questioni di cambio di funzionalita’, designer o prestazioni”.
Al di la’ del potenziale consumismo dei cittadini occidentali, c’e’ di fatto l’impossibilita’ di riparazione. I dati indicano che i consumatori sarebbero disposti a farlo se potessero: il 77% degli europei preferirebbero ripararne uno che comprarne uno nuovo, secondo Eurobarometro del 2014. “La societa’ degli sprechi non puo’ continuare cosi’, siamo di fronte ad un modello economico superato”, dice in una conversazione telefonica da Bruxelles, Pascal Durand, deputato verde europeo, primo firmatario dell’iniziativa presentata in Parlamento alla fine di luglio.
Il numero di consumatori di prodotti tecnologici cresce di anno in anno. Nuove classi medie di Paesi come Cina o India si stanno avvicinando ai livelli dei consumi dei Paesi piu’ sviluppati. Piu’ telefonini, piu’ computer, piu’ elettrodomestici. Nel carrello e nella spazzatura. E piu’ estrazioni di metalli per la produzione. Materie prime che non sono illimitate.
Nello stesso tempo, quanto piu’ e’ corta la vita dei dispositivi che compriamo (per esempio i telefonini, la cui aspettativa di vita oscilla tra uno e due anni secondo gli studi europei), maggiore e’ il numero di rifiuti che viene generato.
Prendere apparati nuovi che potrebbero essere riparati in Europa, inviandoli in discariche con delle navi, inquina le acque. Nello stesso tempo, comprare apparati nuovi che si fabbricano lontani e giungono in nave, inquinano lo stesso. “Prima o poi, tutto questo finira’”, dice Durand. Questa e’ una delle riflessioni che fa parte di una proposta che e’ stata chiamata “economia circolare”, e che sta trovando spazi nei dibattiti europei e in tutto il resto del mondo. Si intende qualcosa di molto semplice: che nel fabbricare un bene si tenga in considerazione il rifiuto che sara’ generato, perche’ questo sia riutilizzabile, se possibile, al 100%. In questo modo, invece di seguire il paradigma dell’economia lineare (produco, uso, butto), si passerebbe a produco, uso, riutilizzo, E, se posso, riparo.
Fare leggi in questo senso, implicherebbe che le ditte aumentino i periodi di garanzia: incentivare i prodotti che si possano riparare in qualunque luogo e non solo presso le officine autorizzate: che le aziende producano oggetti che permettano l’estrazione di pezzi, componenti, batterie; abbassare le tasse alle aziende che lo fanno e agli artigiani che si rendono disponibili per le riparazioni; perseguire e multare l’obsolescenza programmata fatta con intenzione; scoprire la OP informatica. L’iniziativa presentata al Parlamento Europeo va in questa direzione. La Commissione dova’ dare una risposta legislativa prima di luglio del 2018.
Nel frattempo, Paesi come la Finlandia si sono messi all’opera. Il Paese scandinavo si e’ impegnato in una svolta verso l’economia circolare. Fioriscono le start-up che cercano soluzioni per i rifiuti che produciamo, mentre vengono stanziati fondi per la ricerca.
La Universita’ di Aalto e’ parte di un progetto di collaborazione trasversale che ha ricevuto cinque milioni di euro per cominciare il percorso. Mari Lundström, professoressa di idrometallurgia e corrosione, e’ impegnata su un programma che cerca soluzioni per il riciclaggio di metalli. Nel corso di una conversazione telefonica da Stoccolma, spiega che i telefonini, i cavi elettrici e i computer che buttiamo nella spazzatura sono pezzi di metallo utili e validi. Alcuni di questi e’ molto difficile trovarli nel sottosuolo europeo; e invece li buttiamo nella spazzatura, li sottovalutiamo: litio, cobalto, nichel… Molti di essi sono facilmente recuperabili grazie a trattamenti chimici, per esempio. Un telefono, senza andarre molto lontani, contiene circa 40 elementi riciclabili, dei quali ne riutilizziamo solo 10, spiega Lundström. Dodici imprese finlandesi che utilizzano metalli stanno già lavorando con il frutto della ricerca scientifica.
Si puo’ riciclare il metallo del contenitore di una bibita. Ma c’e’ bisogni di 20 volte energia in piu’ per recuperarlo se questa lattina e’ finita in un contenitore di spazzatura organica, dice la scienziata finlandese. Questo e’ uno dei risultati delle ricerche del programma. Da cui si deduce che l’economia circolare deve essere stimolata dai governi; con indagini da parte dei ricercatori; fatta propria dalle imprese, certamente: ma ha bisogno dei cittadini.
“La chiave dell’economia circolare e’ che la faccia ogni persona”. “Noi possiamo continuare a vivere come lo abbiamo fatto fino ad oggi. Abbiamo bisogno di una risposta dalla societa’: siamo responsabili del nostro modo di consumare”.
Nonostante tutto, l’economia circolare ha i suoi detrattori. Alcuni considerano che si tratti di un mero prolungamento dell'idea dello sviluppo sostenibile e, al di la' delle buone intenzioni, non ha portato a grandi risultati; il problema, dicono, e’ la crescita, la logica che ci vede impegnati a continuare a spremere un pianeta le cui fonti sono esaurite.
La soluzione non e’ facile, e rompere con decine d’anni di inerzia ha bisogno di tempo. Varie domande rimangono da fare. In un contesto di continua crescita tecnologica; e’ cosi’ difficile migliorare la durata dei prodotti? Ha senso che continuiamo a vivere nello stesso modo conoscendo la tossicita’ dei rifiuti generati dalla nostra modalita’ di consumo? E i governi non hanno pensato di far nulla in questo contesto?

(articolo di Joseba Elola, pubblicato sul quotidiano El Pais del 15/10/2017)
 
 
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