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Approvazione ddl Zan - e non solo
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La pulce nell'orecchio di Annapaola Laldi
8 luglio 2021 16:27
 
 Butto giù queste  righe per esprimere il mio favore e incoraggiamento all'approvazione in Senato del Ddl Zan così com’è (tanto più che questo testo è già il frutto di trattative svoltesi, a suo tempo, alla Camera dei Deputati).
Anche secondo me, infatti, la proposta della Lega di “fare quelle tre o quattro modifiche al testo per allargare la maggioranza a suo sostegno” e rimandarlo, ovviamente, alla Camera, dove però con un “patto tra galantuomini" (sic!) si potrebbe approvare in quattro e quattr’otto, sembra una polpetta avvelenata all’unico scopo di affossare definitivamente questo nobile tentativo di prevenire e contrastare la discriminazione e la violenza causate dall'omotransfobia, dalla misoginia e dall'abilismo, cioè la discriminazione nei confronti delle persone disabili. Già, perché anche queste ultime sono comprese nel gruppo di coloro che, non avendo per ora alcuna tutela legale, sono abbandonati alle manifestazioni di disprezzo e di dileggio e finanche a gravissime violenze fisiche ad opera del primo cialtrone di passaggio.
Purtroppo questo aspetto del Ddl Zan non è stato abbastanza sottolineato, perché oscurato dalle polemiche incentrate sugli aspetti legati all'espressione del proprio orientamento sessuale non conforme all'etrosessualità o della propria identità di genere non corrispondente al sesso biologico o anagrafico.
E siccome sono questi i nodi cruciali, ritengo importante cercare di aiutare a chiarire le cose, dimostrando che quelle polemiche sono pretestuose e, caso mai, partono dall'ignoranza di tutta una serie di leggi già in vigore da tempo (per il cambiamento di sesso addirittura del 1982) che tutelano le persone nelle loro peculiarità omosessuali e transessuali. Un’ignoranza ingiustificata e ingiustificabile da parte di chi ha il potere legislativo, come lo hanno deputati e senatori. (ma mi risulta che anche i fautori del ddl Zan e lui stesso non menzionino, ahimè, neppure loro queste leggi fondamentali di civiltà).

Ecco, dunque, una carrellata di tali leggi, partendo dalla più recente che è del 2016, la cosiddetta legge Cirinnà, cioè la Legge 20 maggio 2016, n. 76 che affianca al matrimonio tradizionale le “unioni civili” sia tra persone eterosessuali sia tra persone omosessuali, riconoscendo a queste ultime il diritto di poter vivere legalmente la propria omoaffettività. Omoaffettività, a cui la legge consente implicitamente, dunque, di manifestare tutte quelle espressioni anche pubbliche di ogni coppia che si ama, ivi compreso camminare mano nella mano o baciarsi.
 
Per quanto riguarda chi, non avendo la minima sintonia col sesso assegnato alla nascita, si sente a suo agio nel sesso opposto, esiste già una legge che tutela appunto le persone oggi chiamate “transgender”, come la Legge 14 aprile 1982, n.164 , modificata in modo da andare ancora più incontro alle persone interessate dal Decreto n. 150 del 1 settembre 2011 .
 
E, infine, è bene anche ricordare la sentenza n. 15138/2015 della Corte di Cassazione,in cui si riconosce  il diritto all’integrità psicofisica della persona transessuale. In altre parole, è stato affermato che il trattamento chirurgico di demolizione degli organi sessuali non è indispensabile per rettificare l’attribuzione di sesso
Se l’interessato ha già assunto l’identità di genere nella quale si riconosce allora potrà fare richiesta di modifica dei propri dati anagrafici anche senza aver effettuato l’intervento chirurgico (vedere anche riassunto articolo del Servizio di consulenza legale “deQuo”).
 
E allora, mi chiedo, e chiedo a “Lorsignori” (come diceva il mitico Fortebraccio in anni trascorsi): con questo retroterra legislativo che già tutela nella pratica il benessere di tante persone altrimenti condannate alla solitudine, all’isolamento, addirittura al nascondimento, come mai questo stracciarsi le vesti per un disegno di legge che, semplicemente proseguendo su questa via, mette in atto misure di protezione dall’odio scatenatosi da diverso tempo contro di loro, affinché anche queste persone possano vivere con pienezza e in sicurezza la loro vita?
 
Oh, certo, la nota verbale della Segreteria di Stato del Vaticano al nostro Governo! Un fatto inusitato ed eccessivo, è stato notato da molti osservatori - che, alla fin fine, mi pare non abbia coperto di gloria chi lo ha voluto e compiuto, perché lo stesso Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, ha dovuto riconoscere esplicitamente  che lo Stato italiano è uno stato laico (come già affermato con gentile fermezza da Mattarella e da Draghi) e che le leggi le scrive il suo Parlamento!
Ma di cosa ha davvero paura il Vaticano? Di non poter più dire che gli omosessuali sono maledetti da Dio e vanno all’inferno? O che non si possa più fare pressioni su di loro perché correggano la loro “distorta sessualità”? Beh!-  un po’ di aggiornamento teologico e pastorale non guasterebbe, come dimostrano le posizioni molto diverse della Chiesa luterana e di quella valdese, ma anche di tanti parroci cattolici in diversi Paesi, in Germania specialmente, e anche, seppure più silenziosi, in Italia.
(A questo proposito aggiungo che il "Progetto Gionata", il primo gruppo di omosessuali cristiani nato una quarantina di anni fa nel "Gruppo Abele" di Torino, ha lanciato un appello per l'approvazione immediata del Ddl Zan).
 
Anche se queste noterelle sono diventate più lunghe del previsto, non ne sono pentita, perché sono certa di aver fornito materiale di prima mano per riflettere in modo più concreto e approfondito sulla questione.

Voglio concludere rivolgendomi soprattutto al Partito Democratico. Riprendo una di quelle note fulminanti della “Jena” letta su “La Stampa” di qualche mese fa e rivolta proprio al PD.
Nella sostanza si diceva così: è meglio perdere le elezioni che perdere la propria anima (o se stessi),
Ecco perché sono favorevole a portare il Ddl Zan al voto così com’è – proprio perché a me pare rappresenti l’anima di quello che il PD deve e vuole rappresentare, cioè la tensione verso il rispetto della dignità di ciascuno e la sua inclusione piena nella società,  che è l’unica cosa che può portare alla pacificazione del nostro popolo, impedendo che esso resti in balia di gente facinorosa che vuole imporsi a tutti i costi, calpestando la dignità degli altri, ma anche, in ultima analisi, la propria.
 
Quindi, in questa ottica di inclusione, voglio aggiungere una quisquilia e pinzillacchera (come diceva il grande Totò) quale è lo jus soli (o almeno lo jus culturae), cioè l’assegnazione d’ufficio della cittadinanza italiana a chi nasce sul suolo del nostro Paese (o, quanto meno, a chi arrivatoci bambino/a o ragazzo/a, qui studia, qui si diploma, qui anche, non di rado, si laurea).
 
Torno ad affermare quanto già fatto nelle mie noterelle su Saman del 23 giugno scorso. L’inclusione è l’unico atteggiamento che suscita gratitudine in chi viene accolto, in chi sente riconosciuto come parte attiva, proprio integrante della società italiana. L’unico atteggiamento che consente a tutti di respirare a pieni polmoni, di guardarsi intorno senza paura, anzi con fiducia e con il sole nel cuore!
Perché, come osserva il poeta Umberto Saba, in una delle sue ultime composizioni dal titolo Quasi una moralità, “tutto il mondo ha bisogno di amicizia”. 
 
 
 
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