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Natale 2019 - come un augurio
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La pulce nell'orecchio di Annapaola Laldi
24 dicembre 2019 11:25
 
 Come augurio per questo Natale propongo la riflessione su uno dei vangeli della natività di Gesù di Nazareth, che un parroco cattolico fiorentino, Fabio Masi, offrì alla sua Comunità per il Natale 2010. Mi è parsa adatta al momento che stiamo vivendo e spero che possa essere letta con interesse anche da chi “non ci crede”, almeno come testimonianza del sentire di una persona che io ho sempre sperimentato sincera e onesta.
Il brano del Vangelo, a cui si fa qui riferimento, è quello dell’evangelista Luca, cap. 2, versetti 1-14, che riporterò in calce.
 
L’onnipotenza di Dio si chiama “amore misericordioso”.
 

La tentazione più subdola di questi nostri tempi è la mania di onnipotenza. E’ sempre stato un delirio dell’essere umano, ma oggi anche i mezzi tecnici che abbiamo in mano trasmettono i riti e i costumi della potenza. Con un pulsante, in una frazione di secondo, facciamo cose che appena qualche anno fa richiedevano l’opera di decine di persone per ore e ore. E questa è una gran bella cosa! Ma questa mentalità di potenza rischia di diventare il criterio fondamentale per impostare la nostra vita in ogni suo aspetto. Invece, ci sono aspetti della nostra vita che non possono essere accelerati né comprati: per esempio, il cammino nei rapporti di amore, della maturazione delle coscienze, dell’educazione etc. In questo campo l’onnipotenza non è una moneta spendibile, per questi obiettivi non ci sono scorciatoie, pasticche. Anzi, l’amore più è profondo, più abbandona le forme del dominio, della potenza, della costrizione e diventa disarmato e fragile. Amore e onnipotenza non stanno insieme. E’ vero che l’amore sprigiona una potenza enorme, ma è di altro tipo rispetto alla potenza tecnologica. E’ una potenza che turba, scuote, spinge al cambiamento, ma non costringe.
Una delle immagini più belle che c’è, nella Bibbia ebraica, di Dio e dell’amore si trova nel Libro dell’Esodo (3,1-5): Mosè ha esperienza di Dio e ce lo racconta dicendo che gli ha parlato attraverso un roveto che bruciava senza consumarsi, cioè che illuminava e scaldava senza distruggere. Il contrario di quello che succede talvolta nelle nostre presunte esperienze di amore, che ci consumano senza scaldarci. L’atteggiamento onnipotente fa paura, ma non scalda i cuori.
Il fatto è che con queste categorie dell’onnipotenza noi pensiamo anche Dio. Ma un Dio onnipotente, onnisciente e indifferente alle sorti dell’essere umano è una visione terrena di Dio, anzi, diabolica. Ci siamo creati un Dio a nostra immagine e somiglianza.
La nascita di Gesù e la croce sono i fatti più evidenti che ci manifestano un Dio forte nell’amore, ma fragile. Dice l’Angelo ai pastori: “Oggi è nato un salvatore; questo per voi il segno: troverete un bimbo avvolto in fasce, deposto nella mangiatoia”. Figuratevi che segno! Basta poco a neutralizzare un neonato, tanto è vero che Erode ci prova!
Proviamo a ripercorrere brevemente il cammino della ricerca di Dio fatto dal popolo di Gesù, come viene raccontato nella Bibbia. In questo cammino c’è sicuramente presente la percezione di un Dio violento, castigatore, vendicativo, anzi è la percezione prevalente; “Iddio degli eserciti”, si diceva.
Ma accanto a questa c’è un’altra percezione di Dio, che si muove sul filo rosso del racconto della creazione, della storia di Abramo, Mosè, Elia, Osea, Isaia, e che, per noi cristiani, ha il punto più alto in Gesù di Nazareth. Questa è la percezione di Dio che ci ha sedotto.
Già nel racconto della creazione si dice che Dio si contrae, rinuncia alla sua onnipotenza per dare spazio all’uomo e alla donna, fatti a sua immagine e somiglianza. E così, dopo aver creato il mondo, appena creato l’uomo e la donna, Dio esce di scena ed entra nel suo 7° giorno che dura tutt’ora per non ingombrare la libertà delle sue creature. L’onnipotenza dei primi 6 giorni ora si trasforma in misericordia che segue l’uomo e la donna che devono crescere in consapevolezza e responsabilità.
Poi, un giorno, ha deciso di uscire dal suo 7° giorno per essere con noi. E’ stato 20 secoli fa quando ha inviato il Messia, ma lo ha fatto non barando rispetto a quella decisione antica. Non è venuto in maniera trionfale; entrò nella nostra storia per la porta di servizio, nessuno o pochi se ne accorsero. Nacque da una fanciulla che si chiamava Miriam, in una grotta e fu deposto in una mangiatoia perché all’albergo non ci fu posto per lui. Da grande fece il carpentiere, a 30 anni se ne andò per le strade della Palestina a raccontare Dio, un Dio diverso dal Dio del Tempio, sulla linea del filo rosso, a  cui alludevo prima. Era amico e commensale di pubblicani e prostitute. Tutta la sua vita fu all’insegna del rifiuto di una violenza arrogante e distruttrice. Per questo fu arrestato e ucciso. Alcuni, per prime delle donne, dissero di averlo visto vivente e poi lo videro tornare al padre, con la promessa che avrebbe mandato loro lo Spirito Consolatore. E così fu!
Ma la storia degli esseri umani si ferma alla sua morte; gli altri eventi: la resurrezione, l’ascensione, e la pentecoste fanno parte della storia della salvezza che non è separata, ma nemmeno omologabile a quella, procede su altre coordinate ed è leggibile solo nella fede.
Da allora la storia continua col suo cumulo di dolore e di gioia, di disperazione e di speranza, di violenza e di tenerezza, sempre ambiguamente indirizzata verso un futuro di distruzione o di primavera, ma con questo in più: con Gesù, Dio ha camminato per le nostre strade, ha amato, si è arrabbiato, ha pianto e ha riso, con lui Dio ha detto il suo “sì” irreversibile all’essere umano.
La forza violenta, che sia psicologica, sociale, economica, politica o militare, che schiaccia per possedere persone e cose, porta alla distruzione: è sotto gli occhi di tutti! La fragilità dell’amore come attenzione e dono di sé all’altro, porta a una nuova primavera. La fede in Gesù Cristo ci invita a fidarci di questa forza fragile, in quella fragilità sta la vera forza: Dio è così!
Nel solco della storia e nel cuore di ogni donna e di ogni uomo  c’è questo seme che sta lievitando. Questa è la nostra speranza.
Buon Natale a tutti!

 
 
Dal Vangelo secondo Luca 2,1-14
 

“In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2 Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. 3 Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. 4 Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, 5 per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. 6 Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7 Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo.
8 C'erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. 9 Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, 10 ma l'angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 11 oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. 12 Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». 13 E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva:
14 «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama»
[traduzione dal greco dell’ultima parte: Sulla terra pace; agli esseri umani la sua benevolenza]”.

 
  
Don Fabio Masi è parroco a Santo Stefano a Paterno  
 
Il testo è tratto dal volume: Fabio Masi,Vino nuovo in otri nuovi pubblicato a cura della Comunità parrocchiale di S. Stefano a Paterno presso le Edizioni del Poligrafico fiorentino, Sesto Fiorentino 2012, p. 155 ss.
 
 
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