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Brexit is not Brexit
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Stati uniti d'europa di Redazione
16 novembre 2018 12:19
 
 La presa per i fondelli della Brexit, venduta al popolo britannico da una banda di nazionalisti irresponsabili, arriva ad una conclusione (provvisoria) anche clownesca come le buffonate con cui uno dei suoi sostenitori più virulenti, Boris Johnson, ama imbellettarsi nelle sue apparizioni pubbliche.
Durante una campagna piena di menzogne e di “fake news”, quasi nessuno aveva evidenziato che l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione avrebbe posto all’Irlanda del Nord un problema inestricabile. Sia ristabilendo una frontiera tra le due Irlande (uno che resta nell’Unione e l’altra no), cosa che avrebbe rovinato in gran parte l’accordo di pace con sofferenza concluso nell’isola; sia dando vita ad un regno disunito. Per evitare l’ostacolo, Theresa May e l’Unione europea hanno concluso un compromesso ossimoro che consiste nel far uscire la Gran Bretagna dall’Europa ma mantenendovela. “Occorre che una porta sia aperta o chiusa” aveva detto Musset; la porta resta aperta a metà, o chiusa a metà.
Risultato: la Gran Bretagna lascia la governance europea ma resta per almeno due anni nell’unione doganale e non può lasciarla se con con l’accordo dell’Unione. Per cui le norme, le regole, i divieti emanati da Bruxelles restano in vigore, ma Londra non avrà più il diritto di partecipare alla loro evoluzione, che sarà decisa dai 27. “take back control” (ndr - riprendere il controllo), dicevano i sostenitori della Brexit. “Lose control” (ndr - perdere il controllo), propone Theresa May. La Brexit doveva rafforzare la sovranità britannica: alla fine, la diminuisce. Un risultato degno di Groucho Marx. Nel frattempo, l’economia britannica sta rallentando e gli inglesi fanno scorte nel timore di una possibile penuria.
Dopo tre anni, la vita politica del regno è paralizzata dai negoziatori bizantini delle due parti e, soprattutto, dei deputati conservatori più divisi che mai. Ostile alla Brexit prima del voto, Theresa May, ha cambiato la sua posizione allineandosi alla volontà degli elettori: “Brexit is Brexit”, ha detto. Da allora, passa il suo tempo ad organizzare un’uscita che ella stessa non approva, con delle iniziative degne non di Winston Churchill, ma di Sacher-Masoch (ndr – scrittore austriaco da cui è derivato il termine masochismo). E’ un accordo “perdente-perdente”, dice Donald Tusk, il presidente della Corte europea. Non avrebbe potuto dire niente di meglio.
I sostenitori della Brexit gridano al tradimento, cosa che ha il merito della coerenza. Faranno cascare Theresa May? Possibile. In questo caso, la via crucis della Brexit riprenderà, con il maggior danno per quel popolo che dicono di difendere. Con questa morale, chi domina tutta la vicenda? Il vero tradimento è la demagogia sciovinista.

(articolo di Laurent Joffrin, pubblicato sul quotidiano Libération del 16/11/2018)
 
 
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