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Divorzio all’italiana
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Stati uniti d'europa di Redazione
24 ottobre 2018 18:55
 
 Triste constatazione: l’Europa ha costruito una trappola contro… e vi è caduta dentro. Sulla carta, essa ha ragione cento volte: da un accordo unanime all'interno dell'Unione – Italia compresa - le regole della gestione dell’euro prevedono un indebitamento massimo del 60% del PIL e un deficit del budget inferiore al 3%. Queste regole sono esplose dopo il 2008, quando si è trattato di salvare le banche e, secondariamente, l’economia mondiale (prova ne è che l’Unione monetaria non è esattamente la camicia di forza descritta dai suoi detrattori). Ma una volta assorbita la crisi finanziaria, Bruxelles domanda che si usi maggiore saggezza. Il governo italiano di centrosinistra ha promesso di farlo, e l’attuale governo populista ha reiterato questa promessa quattro mesi fa. Patatrac! Lo stesso governo presenta ora un budget molti differente di quello chiesto dall’Europa: che lo rigetta. Logico.
La coalizione al potere a Roma beneficia di un sostegno popolare massiccio (60% di approvazione ci dicono i sondaggi) e le misure preconizzate riguardano investimenti nelle infrastrutture, aiuti per i più poveri con l’instaurazione di un reddito universale e alleggerimenti dei carichi fiscali che pesano sulle piccole imprese. La coalizione sostiene anche che il suo deficit del budget rimane inferiore al 3% del PIL (2,4%), mentre la Francia presenta un deficit del 2,8% e non ha riscontrato le furie di Bruxelles. Per cui, ancora una volta, la Commissione si è messa nella posizione di padre Fantasma, che contraddice la volontà popolare e vuole imporre dei nuovi sacrifici ai più deboli. Si fa economia a Bruxelles e politica a Roma: quale migliore occasione per trasformare l’Unione come impopolare, a qualche mese dall’elezione del Parlamento europeo? Tant’è che i più non hanno mai sentito la Commissione, così solerte a tirare fuori la frusta in materia finanziaria, intervenire in modo visibile a favore delle persone, per alleviare in un modo o nell'altro le loro difficoltà sociali. Né richiamare all’ordine con un po’ di vigore un Paese come la Germania, le cui eccedenze commerciali disequilibrano di continuo l’economia del continente. Si usa sempre il bastone e non ci si sorprende nel vedere la gente allontanarsi dall'Europa. Nel frattempo, il nazionalismo non smette di crescere. Scivolone.
Un certo numero di economisti, non necessariamente irresponsabili, ritengono che sia meglio negoziare con l’Italia un piano a medio termine che autorizzi delle variazioni di budget ma delinei, con il governo di Roma, un percorso di rilancio e di riequilibrio dei conti lungo diversi anni. E’ possibile? Probabilmente no: se Bruxelles usa un metodo più conciliante con Roma, altri Paesi che hanno approvato dei sacrifici per restare nell’accordo, protesterebbero con forza. Alle formiche non piace che le cicale siano lasciate cantare come pare e piace a loro stesse. Tutti o quasi, in ogni modo, faranno notare che non si può gestire seriamente la zona euro se le regole comuni sono costantemente calpestate. Dopo tutto, diranno, l’Italia è libera di lasciare la zona euro se non ne accetta le regole.
A differenza di ciò che talvolta si legge, la questione del debito italiano (130% del PIL) non ha niente di frivolo. Il governo italiano è certamente libero di importi per il futuro dei rimborsi enormi (di gran lunga il più grande oggetto del budget nazionale, anche se i suoi creditori sono per lo più italiani, il che limita il rischio di fuga di capitali). Ma se le sue oscillazioni innescano una nuova crisi generale del debito sovrano – chi può esser sicuro del contrario? - è tutta la zona euro che pagherà i vasi rotti. Si passa allora dalla commedia dell’arte alla tragedia finanziaria. Tutto questo dovrebbe spingere le due parti a trovare un accordo, con un’Italia più seria ed un’Europa meno austera. Siamo ancora in tempo?

(articolo di Laurent Joffrin, pubblicato su LIbération del 24/10/2018)
 
 
 
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