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L'Europa contro se stessa... e il resto del mondo. Cosa dicono i media
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Stati uniti d'europa di Redazione
20 ottobre 2018 11:19
 
 Mentre il mondo rimane in sospeso per il secondo turno delle elezioni presidenziali in Brasile, la Baviera ha messo un punto fermo all'inizio di questa settimana. L’Unione Cristiano-Sociale (CSU) ha perso la sua maggioranza assoluta che aveva finora, mentre Alternativa per la Germania (AFD) è esplosa con oltre il 10% dei voti ed è già presente in 15 dei 16 parlamenti dei Laender. Alla Deutsche Welle, Rosalia Romaniec ha descritto come una "sconfitta storica" ??i risultati dei partner della Merkel, che, insieme con il forte calo dei socialdemocratici, fanno prevedere conseguenze per la grande coalizione a Berlino. Dal Der Standard austriaco, Eric Frey relativizza le previsioni catastrofiche: l'ascesa di AFD ha ha solo posto un freno e il Presidente della Baviera, Markus Söder, continuerà a governare il laender con relativa facilità grazie al 37% dei voti ottenuti, "qualcosa che i grandi partiti in Europa possono solo sognare".
Nel settimanale Der Spiegel, Jakob Augstein ha attribuito il successo dei Verdi alla loro capacità di sfuggire a una campagna incentrata quasi esclusivamente sull’immigrazione e perché hanno trasmesso ottimismo, mettendo il partito ecologista in una posizione "diametralmente opposta" all’AFD, presetnando se stesso come una potenziale diga di contenimento. Florian Rötzer ha analizzato i risultati per Telepolis digitale da una prospettiva più ampia, chiedendosi se l'asse destra-sinistra non sia esaurita e sia stata sostituita dallo stato socio-economico degli elettori: la linea di divisione separa coloro che hanno scommesso sulla pluralità e il cosmopolitismo e hanno un occhio al futuro, che corrisponderebbe ai "vincitori dello sviluppo economico" - e coloro che favoriscono il nazionalismo e sono orientati al passato, riunendo i "perdenti".
Sebbene non avessero lo stesso impatto delle elezioni in Baviera, domenica 15 ottobre si sono tenute anche le elezioni in Belgio, in questo caso comunali e provinciali. Nella sua analisi, l'edizione belga del Paris Match ha parlato di "Belgio ulteriormente diviso" a causa dei buoni risultati ottenuti nel sud dai verdi Ecolo, che nella capitale sono diventati la seconda forza, e il Partito dei lavoratori del Belgio (PTB) che a Bruxelles è aumentato dll’1% a oltre l'11% dei voti, nonché la resurrezione di Vlaams Belang (fiammingo nazionalista populista di destra).

 
Nel frattempo, in Svezia, il primo ministro ad interim, il socialdemocratico Stefan Löfven, è stato incaricato dal Parlamento di formare un governo dopo il fallimento del Partito dei Moderati. Il Paese nordico è, secondo le parole di Politico, in un'insolita instabilità dopo le elezioni generali del 9 settembre, in cui il Partito socialdemocratico ha ottenuto il peggior risultato dal 1911 con il 28,3% dei voti, e l'estrema destra rappresentata dagli svedesi democratici (DS) è aumentata al 17,53%, diventando la terza forza. La strategia di Löfven è quella di creare un cordone sanitario attorno ai democratici svedesi di Jimmie Akesson, per il quale ha chiesto "umiltà e impegno" a tutte le parti. Il suo termine scade il 29 ottobre.

 
La guerra commerciale e il "caso Pocahontas"
Le elezioni fanno notizia a dispetto della guerra commerciale che l'amministrazione americana ha dichiarato ai suoi diretti rivali che passa inosservata. Uno che però se n’è accorto è stato il tedesco Junge Welt, in un articolo dove Jörg Kronauer ha evidenziato che le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti sono aumentate del 14,3% rispetto allo stesso mese dell'anno scorso, rendendo Il saldo commerciale tra Stati Uniti e Cina favorevole a quest'ultimo con circa 34.000 milioni di euro. Kronauer fa notare che questa cifra record potrebbe essere dovuta alla volontà delle aziende di anticipare l'entrata in vigore delle tariffe decretate da Trump. Per nulla scoraggiato dalla risposta del mercato azionario, il presidente degli Stati Uniti ha minacciato di imporre ancora più dazi alla Cina, ha riferito Bloomberg. Secondo il FMI, solo il primo round di dazi potrebbe già implicare una riduzione della crescita in Cina dal 6,2% al 4,6% e dal 2,5% all'1,6% negli Stati Uniti, con un inevitabile danno collaterale per l'economia europea. Il Guardian ha anche dedicato un pezzo dei suoi corrispondenti a Washington e Pechino all'incremento di tensione tra i due Paesi, anche parlando di "una nuova guerra fredda".
Le pagine color salmone (ndr: mediamente quelle della stampa economica) non sembrano preoccupare Trump, che ha trascorso parte della settimana a scagliarsi, dal suo account Twitter, contro la senatrice democratica Elizabeth Warren. Warren, uno dei nomi in buona posizione per le prossime presidenziali, era assurta alle cronache anche come discendente dei nativi americani. Trump ha dato a Warren il soprannome di Pocahontas già durante la campagna del 2016 e l'ha sfidata pubblicamente a sottoporsi a un test del DNA per dimostrare la verità delle sue affermazioni. La senatrice del Massachusetts ha raccolto la sfida e i risultati dell'analisi sono stati 1/1.024, cioé un patrimonio indigeno che risale a sei o dieci generazioni. La nazione cherokee ha fatto sapere in una dichiarazione che "un test del DNA non serve a determinare l'affiliazione tribale" e Trump ha definito "frode" quella della Warren.
L’analista della CNN Julian Zelizer ritiene che la polemica sia un altro esempio del perché Trump "sia un avversario politico formidabile" e mette in evidenza la capacità del magnate repubblicano di dominare la storia", marcando i termini del dibattito e portando i propri avversari su questioni che prima non avevano mai voluto trattare. "Warren, uno dei senatori più intelligenti e capaci che ha servito gli States in Senato per decenni, è incastrata in un dibattito trumpiano che ha poca importanza per il futuro della nazione", dice Zelizer, che ricorda come Trump abbia usato questa stessa strategia in casi precedenti "senza preoccuparsi di ciò che dicono i fatti". Le elezioni per il Senato e la Camera dei Rappresentanti sono il prossimo 6 novembre.
Dall'altra parte del mondo è arrivata la decisione della Chiesa ortodossa russa di rompere con il Patriarcato di Costantinopoli. Il Meduza digitale, con sede a Riga, ha pubblicato un articolo che spiega le ragioni che hanno portato il Sinodo della Chiesa ortodossa russa a fare questo passo, "l'ultima risorsa nei rapporti tra le chiese", secondo i suoi autori, Alexander Borzenko e Grigory Levchenko. Si tratta principalmente della decisione del Patriarcato di Costantinopoli di dare una guida alla Chiesa ortodossa ucraina e, con questa, la sua indipendenza dal Patriarcato di Mosca. Per Vedomosti, lo scisma indebolirà il potere, pur leggero, di Mosca, anche se per il presidente ucraino Petro Poroshenko si tratta di una vittoria piuttosto simbolica in assenza di "significativi risultati politici ed economici".

 
Il rovescio di Salvini e l'ascesa dell'eurofobia
David Broder ha analizzato per la rivista americana Jacobin la strategia della Lega di Matteo Salvini nel corteggiare gli elettori del sud Italia, che solo cinque anni fa il ministro dell'Interno italiano aveva "descritto come Terroni, un termine razzista" e aveva apostrofato come "pigri" e "corrotti". La formula consiste nel combinare "un nuovo senso comune reazionario con una base conservatrice sempre più stantia" per creare "un nuovo blocco nazionalista". Al momento, la Lega ottiene nei sondaggi un’intenzione di voto de 22% nella metà meridionale del Paese, nell'enorme striscia che va dall'Abruzzo alla Sicilia. Nel presente più immediato, tuttavia, la Lega, come riportato da La Repubblica martedì, è stata costretta a rinunciare a una delle sue proposte principali, quella dell'approvazione della tassa unica (flat tax).
Il Paese, tuttavia, sta scivolando verso l'euroscetticismo: secondo l'ultimo sondaggio dell’Eurobarometro, solo il 44% degli italiani voterebbe per restare nell'Unione Europea a seguito di un referendum su questo tema, ila percentuale più bassa dell'intera Comunità.
Gli italiani non sono soli nel loro scetticismo. L'ultimo sondaggio dell’Eurobarometro rivela che la metà dei cittadini europei ritiene che si stia andando nella direzione sbagliata, opinione maggioritaria in 18 degli Stati membri, secondo Euronews. Gli aumenti maggiori sono registrati in Germania e Francia, con 13 punti rispetto all'ultimo sondaggio. Inoltre, solo il 49% degli intervistati ha dichiarato di essere soddisfatto del funzionamento democratico dell'Unione europea. L'ottimismo della Slovenia, dove il 69% considera l'adesione all'UE positiva e due terzi tornerebbero a votare per l'adesione, secondo la radio nazionale (RTV), contrasta con il pessimismo della Romania, dove solo il 49% dei cittadini crede che sia stato positivo entrare nell’Unione - un calo di dieci punti rispetto all'ultimo Eurobarometro - sebbene il 65% voterebbe di nuovo a favore se ci fosse un referendum.

(articolo di Angel Ferrero, pubblicato sul quotidiano El Pais del 20/10(2018)
 
 
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