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Di fronte alla crescita delle diseguaglianze, l'Europa non è all'altezza
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Stati uniti d'europa di Redazione
21 novembre 2018 17:29
 
 In una recente intervista Christine Lagarde, direttore operativo del Fondo Monetario Internazionale (FMI), ha sottolineato che ridurre le ineguaglianze sarà l’impegno maggiore di questo secolo. In questo modo, il FMI, come altre organizzazioni internazionali, ha fatto un'importante svolta ideologica dopo aver constatato l'esplosione delle disuguaglianze.
Nel 2016, il 10% dei più ricchi possedevano il 37% del reddito in Europa, secondo un rapporto del World Heath and income database. Di fronte a questa constatazione, l’Unione europea si è messa in una posizione contro corrente rispetto alla storia effettuando delle scelte che aumentano strutturalmente le ineguaglianze dopo la crisi finanziaria del 2008.
Respingere il paradigma tedesco
Gli europei sono spesso contro corrente nei cicli economici grazie alle loro scelte sia monetarie che di budget. In virtù di questo, l’UE non riesce a riassorbire le ineguaglianze, anche nella fase montante dei cicli. Sul piano monetario, gli Usa hanno agito, da gennaio 2008, per ridurre l’impatto della crisi finanziaria innanzitutto abbassando il proprio tasso diretto, poi lanciando diversi programmi di alleggerimento quantitativo (QE - quantitative easing) per condizionare la crisi economica.
La Banca centrale europea (BCE) ha deciso di usare il QE solo nel 2015, cinque anni più tardi! In tal mondo, l’economia americana ha ritrovato il suo livello pre-crisi del 2014, è cresciuta del 4,1% quest’anno,con una disoccupazione al 3,7% rispetto al 10% post-crisi. L’Europa ha timidamente ritrovato la crescita, ma numerosi Stati membri non sono riusciti a tornare ai loro livelli del PIL pre-crisi (essenzialmente l’Italia), e il tasso di disoccupazione rimane ad un livello alto (6,8%).
Per non riprodurre questi errori, la BCE deve definitivamente respingere il paradigma tedesco esclusivamente anti-inflazione aggiungendo ai suoi obiettivi il pieno impiego e una crescita durevole e rispettosa dell’ambiente.
Uscire dal dogma rigorista
Sul piano del budget, i dirigenti europei hanno adottato sotto la direzione di Angela Merkel delle politiche di budget restrittive con l’adozione di un Patto budgettario europeo (TSCG) nel 2012. Questa scelta ideologica ha ritardato il ritorno alla crescita, e per alcuni Paesi (come la Grecia) ha prodotto una pesante recessione ed una pauperizzazione generale che non ha permesso in nessun modo di ridurre il debito in percentuale del PIL.
L’Unione europea deve quindi anche uscire da questo dogma rigorista offrendo maggiore elasticità agli Stati membri che vogliono provocare un sobbalzo di domanda e di investimento. Questo passerà attraverso un emendamento delle regole del calcolo del deficit (six-pack e TSCG) in modo da permettere un sostegno alla domanda ed al potere d’acquisto. Questo deve essere accompagnato da un rafforzamento del Piano Juncker (essenzialmente sul digitale e la transizione energetica), perseguendo il sostegno dell’investimento negli Stati membri per lottare contro le disparità economiche nella zona euro.
Concorrenza fiscale e sociale
Se l’Europa non ha fatto delle buone scelte di politiche economiche, è perché la sua unione economica e monetaria non è adatta. In pratica, le disparità economiche tra Paesi della zona euro non possono che portare, in una zona di libera circolazione dei beni e delle persone, che ad una concorrenza fiscale e sociale tra gli Stati membri.
Prima la concorrenza fiscale: siccome gli Stati membri detengono ancora la sovranità sul budget, ma sottomessa a strette regole di deficit, devono mantenere i propri servizi pubblici dovendo far fronte ad una evasione fiscale dei redditi e patrimoni più elevati (dovuta alla libera circolazione dei capitali). Sotto questo vincolo, gli Stati membri hanno dovuto trasferire la fiscalità dai redditi più mobili a quelli più fissi. L’imposta nominale sul decile più ricco è quindi calata e questo calo è stato compensato da un aumento del carico su tutte le famiglie, colpendo in modo sproporzionato le più demunite.
Concorrenza sociale quindi: la libertà di circolazione dei capitali e la libertà di circolazione delle persone forzano gli Stati membri ad impegnarsi in una corsa al ribasso dei costi del lavoro. In pratica, la differenza del costo del lavoro per ora in Europa varia da 1 a 10 (4,40 euro in Bulgaria nel 2017 rispetto ai 42 euro in Danimarca). Sui lavoratori distaccati, sarebbe necessario procedere all’allineamento delle quotizzazioni sociali pagate sotto questo regime su quelle normalmente pagate nei Paesi in cui sono distaccati. Nello stesso tempo, sarebbe anche necessario avanzare verso un salario minimo europeo, progressivo nel tempo come nella quantità.
Margini di manovra
La praticabilità della zona euro richiede la fine della concorrenza tra Stati al ribasso su fiscalità e diritti sociali (sul modello delle direttive sull’IVA). Si tratterebbe di una direttiva che permetterebbe di instaurare delle soglie minime per ogni Stato e metterebbe anche fine al calo della fiscalità (che è a vantaggio dei più favoriti) e dei diritti sociali (che tocca i più demuniti), che è un potente motore di crescita delle diseguaglianze.
Con questo cambio di paradigma alla BCE e questi diversi margini di manovra di nuovo sbloccati, gli Stati membri potrebbero impegnarsi sulla riduzione delle ineguaglianze pur avendo in mente gli imperativi della competizione economica globale. Sarà un primo passo necessario perché l’Ue riprenda fiducia verso i suoi cittadini: sbloccando gli ostacoli all’azione degli Stati membri, questi ultimi non potranno più nascondere la loro incapacità alle spalle della costruzione europea. Ad alcuni mesi dalle elezioni europee, è più che urgente dimostrare che sul piano economico l’Europa è al servizio degli Stati membri non il contrario.

(Articolo pubblicato sul quotidiano Les Echos del 21/11/2018, di William Thay, presidente di Millénaire, think thank indipendente specializzato sulle questioni delle politiche pubbliche)
 
 
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