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Stati Uniti d’Europa. Comprendere e scoraggiare future Brexit
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Stati uniti d'europa di Vincenzo Donvito
2 febbraio 2020 13:33
 
 Ricordiamo un diffuso sarcasmo quando gli europei appresero che i britannici, il 24 giugno del 2016, avevano votato a favore del referendum per uscire dall’Unione Europa. Dopo i clamori euroscettici di Boris Johnson che avevano percorso l’intero continente europeo, l’anno dopo, nel 2017, con la vittoria dell’europeista Emmanuel Macron alle presidenziali francesi contro la euroscettica Marine Le Pen, si scongiurò una Frexit che sembra lì lì per venire.

Intanto la Brexit sembrava partire male. La crisi parlamentare britannica e il rifiuto dei negoziati di Theresa May per tre vole, sembravano aver rafforzato gli europeisti. E così anche il rinvio della Brexit (tre volte anche in questo caso) sembrò scoraggiare chiunque a non lasciare l’Unione. E anche i maggiori detrattori dell’Ue ritornarono sui loro passi. Tra questi l’ungherese Viktor Orban e il nostrano Matteo Salvini cambiarono i loro toni, preferendo parlare di riforma dell’Unione. E più o meno in tanti cominciarono a considerare Boris Johnson non come un populista pericoloso ma un pagliaccio spettinato, condannato al fallimento perché troppo estremista.

Ma è arrivato il 12 dicembre 2019. Boris Johnson ha ottenuto la maggioranza parlamentare più grande dai tempi della “dama di ferro”, Margaret Thatcher.
Una sorpresa? Non proprio. Non prendendo sul serio Boris Johnson, gli europeisti non avevano previsto questa sorta di colpo di Stato dell’ex-sindaco di Londra. Che per avere successo aveva anche fatto appello all’elettorato molto sovranista del Partito Brexit, in disfacimento per mancanza di leadership con un certo polso (Nigel Farage). Facendo una campagna elettorale per campagne e sobborghi, Johnson è riuscito a levare all’opposizione i voti delle zone periferiche, dimenticate dai politici delle città… un po’ come ha fatto e continua a fare il nostrano Matteo Salvini.

E ancora più sintomatico è stato lo stupore degli europeisti di fronte al proprio fallimento, senza rendersi conto che la sconfitta era dovuta alla loro incapacità di coalizzarsi contro la Brexit, e alla loro “puzza sotto il naso” di considerare i “brexiter” un po’ trogloditi e quindi incapaci di diventare maggioranza.
Quello che, probabilmente e nella sua diversa dimensione e tipicità, non è accaduto in Italia nelle recenti elezioni regionali in Emilia Romagna, grazie alla presenza del movimento delle Sardine che è riuscito a dialogare con elettori che avevano perso il rapporto coi loro riferimenti più o meno storici e istituzionali.

Impariamo la lezione britannica
Solidamente “dalla parte della ragione” per una sorta di principio innato, gli europeisti si erano convinti che la Brexit sarebbe stata un fallimento assicurato, ma oggi devono prendere atto che il caos da loro previsto non ci sarà. Boris Johnson sta preparando il suo programma “popolare”, un mix di libero scambio, esenzioni fiscali e agevolazioni normative per le imprese, sovvenzioni per i servizi pubblici, rafforzamento delle frontiere e della polizia. Al potere per i prossimi cinque anni, Johnson dovrà solo raccogliere i frutti economici della sua politica per garantirsi la rielezione nel 2024, firmando una vittoria a lungo termine per i Brexiters.

Ma l’Europa non è su un altro Pianeta e deve/può imparare la lezione della Brexit. A pochi mesi dall’apertura della Conferenza sul futuro dell’Europa, le critiche fatte dai Brexiter non devono restare lettera morta. Se l'Unione non farà lo sforzo per una maggiore democrazia, trasparenza e sovranità post-nazionale, i cittadini europei non avranno scrupoli ad abbandonare il multilateralismo e l'integrazione regionale per le politiche dei nazionalisti, come gli elettori hanno fatto nel 2016 nel Regno Unito.
La Brexit non impedirà ad altri Stati di lasciare l'UE.
Pur se crediamo che le sfide del Pianeta, a cui nessuno si può sottrarre (Uk nazional-imperiale inclusa), non potranno essere affrontate senza una dimensione comunitaria e sovranazionale…. per comprendere questo ci vuole ancora tempo: alcuni risultati positivi più o meno immediati potranno offuscare la prospettiva futura (del resto, è proprio questo il meccanismo che dà forza al nazionalismo: l’egoismo suicida dell’oggi e l’assenza di visione futura!).
Quindi la Brexit potrà trovare consensi euroscettici nell’Unione, sufficienti per prospettare l’abbandono della nave europea. Come ha affermato l'eurodeputato tedesco Martin Schirdewan (1) "il Regno Unito potrebbe essere il primo Paese a lasciare l'Unione, ma potrebbe non essere l'ultimo". E per i vari leader nazionalisti euroscettici non ci vorranno cinque anni per capirlo: se lo hanno fatto i britannici, perché non gli italiani, i francesi, gli ungheresi, i polacchi? E questa volta, non potremo dire che non lo sapevamo.

1 - Membro della Sinistra, parte della Sinistra unitaria europea / Sinistra verde del Nord
 
 
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