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Stati uniti d'europa di Redazione
31 marzo 2020 8:13
 
 Ma quale crimine hanno commesso questi italiani in modo che più di diecimila morti non siano abbastanza per attirare il supporto da tutti i loro coetanei europei? E che altro è necessario in questo momento per sostituire la parola grandezza a quella di rigore?
I leader europei comprendono ciò che hanno fatto la scorsa settimana agli italiani che si stanno sgretolando sotto le bare – e a tutti gli altri cittadini europei che soffrono con loro - rispondendo alle richieste di aiuto prima evidenziando le divergenze in essere, poi con un "ripassate tra quindici giorni"?
I virtuosi contro i peccatori? I ricchi contro i poveri? Questo è ciò che è diventato il progetto europeo? Una versione B degli Stati Uniti d’America in cui si evita la morte solo quando si può dimostrare di aver pagato il dovuto e senza saltare una scadenza? È questo lo "stile di vita europeo"? Il contrario di ciò che volevamo diventare, di ciò che dicevamo di essere e, soprattutto, di ciò che volevamo creare?

Che accade? Quello che siamo riusciti a mettere in atto dopo una guerra - una vera, con un nemico in carne e ossa - non saremmo in grado di fare quando siamo tutti minacciati dallo stesso male, senza colpa o con colpa?

Giovedì scorso 26 marzo, il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, è riuscito a mascherare la ben nota mancanza di unità annunciando un accordo che incarica i ministri della zona euro di elaborare una risposta, anche creativa, alle richieste di aiuto. Italiani, portoghesi e molti osservatori dell'Unione non hanno avuto parole abbastanza dure per condannare questa strategia di "ambiguità costruttiva", messa in evidenza con mancanza di grandiosità e senso della storia da parte di chi ha rimandato il tutto, in particolare gli olandesi e, in misura minore, i tedeschi. Al punto di far riapparire Jacques Delors, coi suoi 94 anni, da un silenzio in cui si è immerso da diversi anni. Sabato 28 marzo il leggendario presidente della Commissione ha diffuso queste due frasi “omicide” e “crepuscolari": "Il clima che sembra regnare tra i capi di Stato e di governo e la mancanza di solidarietà rappresentano un pericolo mortale per l'Unione. Il virus è tornato."

Il peggio non è stato ancora raggiunto. Poche ore dopo, il presidente della Commissione ha silurato gli sforzi del presidente del Consiglio europeo che aveva trasformato la sua "ambiguità costruttiva" in una "ambiguità ipocrita". In un'intervista con la "sua" stampa tedesca, Ursula von der Leyen ha escluso qualsiasi ricorso a "coronabond", chiamandoli "slogan". Da allora la dichiarazione è stata corretta, ma è un errore politico quando non puoi rilevare - come dimenticarlo? - che i giorni degli europei non vengono più contati in ore, ma in morti.

I coronabond potrebbero non essere la risposta, ma non è questo il problema. Sabato 28 Marzo, la signora von der Leyen ha fatto quello che lei e molti altri rimproverano ai capi di Stato e di governo: impegnarsi a Bruxelles e poi dire il contrario ai media del proprio Paese. Solo che, signora von der Leyen, la tua casa adesso è Bruxelles e non più Berlino.

Domenica 29 marzo, dall'ospedale spagnolo dove è in cura per Covid-19 l'ex segretario generale della NATO e l'ex alto rappresentante dell'UE per gli affari esteri, Javier Solana, con riferimento a Churchill e rivolgendosi al mondo della politica: “C'è un'incertezza generale su come sarà il mondo dopo la pandemia. Ma sappiamo che sarà basato sulle parole e sulle azioni che scegliamo ora. Faremo quindi bene a guardare il nemico negli occhi davanti a noi, senza mai perdere di vista il nostro futuro e quello delle generazioni a venire."
Siamo tornati in uno di quei momenti in cui i politici scelgono di essere o meno - e rapidamente - dalla parte giusta della storia.

(editoriale di Béatrice Delvaux, pubblicato sul quotidiano Le Soir del 30/03/2020)
 
 
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