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OTTO PER MILLE ALLE CONFESSIONI RELIGIOSE: OPPORTUNITA' O TRAPPOLA?
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La pulce nell'orecchio di Annapaola Laldi
1 maggio 2001 0:00
 


IL CONCORDATO CON LA CHIESA CATTOLICA
L'otto per mille (da ora in poi OPM) nasce con l'art.47 (commi 2 e 3) della L.222/1985 (Disposizioni sugli enti e beni ecclesiastici in Italia e per il sostentamento del clero cattolico in servizio nelle diocesi) . Tale legge, a sua volta, e' il frutto del lavoro di una commissione paritetica fra Italia e Santa Sede istituita il 18 febbraio 1984, quando fu firmato l'accordo di revisione del Concordato del 1929, e si occupa esclusivamente, come dice il suo titolo, di questioni economiche.
Le ragioni storiche che, fin dalla fondazione dello Stato unitario, hanno spinto i diversi governi italiani a considerare l'Italia come in "debito" verso la Chiesa cattolica, la portata dell'ampio e multiforme impegno economico che lo Stato italiano attualmente dispiega a suo favore, nonche' alcune problematiche interne alla Chiesa relative alla gestione centralizzata del finanziamento statale , sono ben spiegate e documentate in un articolo di Marcello Vigli a cui volentieri rimando.

L'art.47 della L.222/1985, al comma 2, stabilisce dunque che: "A decorrere dall'anno finanziario 1990 una quota pari all'otto per mille dell'imposta sul reddito delle persone fisiche, liquidata dagli uffici sulla base delle dichiarazioni annuali, e' destinata, in parte, a scopi di interesse sociale o di carattere umanitario a diretta gestione statale e, in parte, a scopi di carattere religioso a diretta gestione della Chiesa cattolica", mentre, al comma 3 precisa che "le destinazioni di cui al comma precedente vengono stabilite sulla base delle scelte espresse dai contribuenti in sede di dichiarazione annuale dei redditi. IN CASO DI SCELTE NON ESPRESSE DA PARTE DEI CONTRIBUENTI, LA DESTINAZIONE SI STABILISCE IN PROPORZIONE ALLE SCELTE ESPRESSE".

Parlando, quindici giorni fa sempre su questa rubrica, dell'otto per mille a diretta gestione statale, mi chiedevo perche' mai lo Stato si fosse messo su un piano concorrenziale con le Confessioni religiose, cacciandosi automaticamente nella enorme contraddizione di chiedere ai contribuenti un "obolo" per perseguire scopi (di interesse sociale, ambientale, culturale, umanitario) che fanno parte integrante della sua ragion d'essere. Con tutto il carteggio di rammarichi, divisioni, polemiche che ne accompagnano la gestione, come e' ben testimoniato dai resoconti delle commissioni parlamentari.

Il motivo c'e', e va detto che sembra assolutamente estraneo ai diretti interessi dello Stato, ma direi anche alla sua etica. Lo Stato HA DOVUTO RECITARE LA PARTE DEL CONCORRENTE della Chiesa cattolica per assegnarle una parte piu' alta di finanziamento rispetto a quella che le verrebbe in base alle SCELTE ESPRESSE dei contribuenti. Per capire bene il meccanismo e' meglio fare un esempio pratico. Mi riferiro' al 1996 (IRPEF 1995), anno di cui ho trovato i dati ufficiali relativi alle percentuali, salvo il numero preciso dei contribuenti, che comunque si dovrebbe aggirare intorno ai 30 milioni.
In quell'anno ha espresso la scelta il 45,49% dei contribuenti. Di questi, l'82,56% ha scelto la Chiesa cattolica, ed e' questa percentuale dell'OPM che le e' stata assegnata in virtu' di quell'ultima frase dell'art.47 (comma 3) della L.222/1985.
Ma, rispetto alla totalita' dei contribuenti, la percentuale di chi ha scelto la Chiesa cattolica si attesta al 37,56%, ed ecco quindi che quella disposizione fa lievitare ampiamente la percentuale reale, facendo contare circa due volte e mezzo ogni firma a favore della Chiesa. Ma, per poter fare questa operazione, per poter, cioe' distribuire sempre e comunque tutto l'OPM, era necessario che entrasse in gioco un partner, che non poteva che essere lo Stato.
Se, infatti, lo Stato si fosse limitato a mettere a disposizione questa cifra e avesse detto ai contribuenti: "Chi vuole, puo' destinarla alla Chiesa cattolica", e' chiaro che ad essa sarebbe potuta e dovuta andare SOLTANTO la parte indicata espressamente (il 37,56% nel 1996), e il resto sarebbe tornato nella disponibilita' dello Stato, senza la minima complicazione per quest'ultimo. Ma il fatto che i beneficiari dell'OPM, in partenza, siano stati due -Chiesa cattolica e Stato- ha permesso di dividere fra i due tutta la torta, tenendo conto delle percentuali calcolate sulle scelte espresse, e ignorando, quindi, ogni riferimento alla totalita' dei contribuenti, alla loro reale volonta'.

Questo e' il "vizio d'origine" dell'OPM, che continuera' a persistere anche con l'aumento dei beneficiari e che, come si vedra' alla fine, potrebbe rappresentare una vera e propria trappola anche per lo Stato.



LE INTESE CON ALTRE CONFESSIONI RELIGIOSE

Se il Concordato scaturisce dall'art.7 della Costituzione, le INTESE con altre confessioni religiose, come spiega con chiarezza Gianni Long in un suo articolo , derivano dall'art.8 del testo costituzionale.

Fino a oggi le Intese firmate e ratificate dal Parlamento sono sei (Valdesi nel febbraio 1984, Avventisti e Assemblee di Dio in Italia (ADI) nel dicembre 1986, Unione Comunita' ebraiche nel febbraio 1987, Battisti e Luterani rispettivamente nel febbraio e nel marzo 1993).
In un primo tempo, tuttavia, Valdesi e Avventisti non accettarono di concorrere all'assegnazione dell'OPM, cosa che fecero successivamente, con la revisione dell'Intesa, rispettivamente, nel 1993 e nel 1996.
Allo stato attuale la situazione e' questa: I BATTISTI sono gli unici che NON concorrono alla ripartizione dell'OPM.
I VALDESI E l'A.D.I. accettano ESCLUSIVAMENTE il finanziamento IN BASE ALLE SCELTE ESPRESSE e dichiarano che "la quota relativa ai contribuenti che non si sono espressi in merito resta di pertinenza dello Stato". Una sommessa domanda sembra lecita, ed e' se lo Stato onori davvero questa disposizione, dal momento che per ora, nei conteggi pubblicizzati, non sembrano esserci riscontri espliciti.
Ebrei, Avventisti e Luterani concorrono anche all'assegnazione delle somme relative alle scelte non espresse.



RIEPILOGO DELLE SCELTE OPM NEL 1996.

Totale dei contribuenti: circa 30 milioni.
Scelte espresse: 45,49%.
La percentuale di gradimento di questo 45,49% di contribuenti e' stata questa:
Chiesa cattolica: 82,56%
Stato: 14,43%
Valdesi: 1,48%
Avventisti: 0,80%
ADI: 0,41% ;
Luterani: 0,32%
(Gli Ebrei non figurano, perche' hanno firmato la nuova intesa che contempla l'assegnazione dell'OPM solo quell'anno).

Mentre Valdesi e ADI si sono fatti calcolare la loro percentuale esclusivamente sulla quota OPM risultante dalle scelte espresse, fra Chiesa cattolica, Stato, Avventisti e Luterani e' stato invece ripartito tutto l'ammontare OPM, in proporzione naturalmente delle percentuali elencate sopra.
Ma e' giusto sottolineare di nuovo che, RISPETTO AL TOTALE DEI CONTRIBUENTI , la percentuale di gradimento goduta da ciascuno di questi soggetti e' stata la seguente:
Chiesa cattolica: 37,56%
Stato: 6,57%
Avventisti: 0,36%
Luterani: 0,15%.
Per completezza di informazione, va detto che l'OPM non e' calcolato sull'IRPEF pagata dal singolo contribuente, bensi' sul totale del gettito di questa imposta.



DESTINAZIONE DELL'OTTO PER MILLE

Avendo gia' parlato, sull'edizione del 15 aprile, della parte di OPM a diretta gestione statale, vediamo oggi l'utilizzazione che ne fanno le confessioni religiose.

Valdesi, Avventisti, A.D.I. e Luterani destinano i proventi dell'OPM ESCLUSIVAMENTE A INTERVENTI SOCIALI, ASSISTENZIALI, CULTURALI ED UMANITARI in Italia e nel mondo, affermando esplicitamente che "intendono provvedere al mantenimento del culto e al sostentamento dei ministri unicamente a mezzo di offerte volontarie", fra le quali rientrano anche le cosiddette "erogazioni liberali in denaro" (interamente deducibili dal reddito), che l'art.46 della L.222/1985 prevedeva a favore della Chiesa cattolica e che sono contemplate anche dalle Intese.

Diverso e' il discorso per Ebrei e Chiesa cattolica.
Gli Ebrei, a quanto pare di capire, destinano il contributo anche per la "tutela e la cura degli interessi religiosi", ma, come si assicura nell'art.2 della L.638/1996, che modifica la precedente intesa del 1989, intendono mirarli "ad attivita' culturali, salvaguardia del patrimonio storico, artistico e culturale, interventi sociali ed umanitari volti in special modo alla tutela delle minoranze contro il razzismo e l'antisemitismo".
La Chiesa cattolica, invece, usa il gettito dell'OPM prevalentemente per esigenze di culto e per il sostentamento del clero. Per quest'ultima voce le "offerte liberali" (art.46 L.222/1985) si sono attestate, negli ultimi anni, su circa 42 miliardi e, per esplicita ammissione della Chiesa cattolica, non coprono che il 5% del fabbisogno per il mantenimento (non sempre integrale, invero) dei 39.647 preti a servizio delle diocesi. Cosi', nel 1996, dei 1.454 miliardi dell'OPM, a questo scopo ne sono stati utilizzati ben 555, a cui si devono aggiungere altri 10 per "assistenza domestica clero". Inoltre, per esigenze di culto sono stati spesi 607 miliardi, 100 dei quali per la tutela di beni culturali ecclesiastici. Sono, in tutto, 1172 miliardi che rappresentano circa l'80% dell'intero gettito OPM.
Per gli interventi caritativi, sempre nel 1996, la Chiesa cattolica ha speso in tutto 283 miliardi, cioe' il 19,2% del medesimo gettito.



OTTO PER MILLE: OPPORTUNITA' O TRAPPOLA?

A parte i Battisti, che hanno rifiutato in blocco l'OPM, sottolineando un aspetto della loro identita' di Chiesa che tiene alla netta separazione dallo Stato e vuole intraprende iniziative nelle realta' in cui si trova e nella misura in cui e' capace di sovvenzionarle con le proprie forze, tutte le altre confessioni si avvalgono, in un modo o nell'altro, di questa elargizione statale.

Questo fatto suscita alcuni interrogativi.

Riguardo alla Chiesa cattolica la domanda che s'impone e': perche' essa, che e' senz'altro la piu' ricca e piu' seguita in Italia, ha bisogno del gettito OPM per mantenere le attivita' di culto e i propri preti, i quali, oltretutto (almeno per la legge ecclesiastica), NON tengono famiglia, mentre le Chiese protestanti, i cui pastori, di solito, la famiglia la tengono, e che sono molto piu' piccole e frequentate da persone non certo piu' ricche della media dei cattolici, riescono a finanziare questo settore con le loro forze?''
"Problemi suoi", si sarebbe tentati di rispondere. Ma e' proprio cosi'? L'atteggiamento che sta dietro, ad esempio, alla pubblicita' primaverile della Chiesa cattolica, secondo cui, per finanziarla, "basta una firma" che oltretutto "non costa niente", diminuisce certamente il senso di responsabilita' dei suoi "fedeli", e, corrispondentemente, aumenta la pretesa che sia lo Stato a mantenere un servizio che riguarda una parte dei cittadini italiani. Non sarebbe un atto di civismo richiamare la Chiesa alla responsabilita' dell'automantenimento e sfatare la credenza, che la Chiesa cattolica cerca di accreditare di continuo, di essere al servizio della "popolazione italiana" in blocco?
Anche alcune Chiese protestanti, ad esempio, svolgono incisive attivita' sociali e mantengono istituzioni molto serie, come case di riposo, ospedali, scuole, che possono essere definite al servizio della "popolazione italiana", perche' vi e' ammesso chiunque nel rispetto della sua propria liberta' di coscienza. E se alcuni, come gli Ebrei, hanno istituzioni riservate ai propri correligionarii, cio' accade ANCHE perche' essi hanno una storia di emarginazione e persecuzione lunga duemila anni, che li ha costretti a serrare i ranghi.

A ben guardare, pero', nonostante le apparenze, anche sulle confessioni che utilizzano l'OPM per scopi diversi dal culto, c'e' da chiedersi se, tutto sommato, sia pure indirettamente, i soldi dello Stato non servano anche per il culto. Infatti, se per attivita' sociali, culturali, umanitari, arriva a una Chiesa una sovvenzione dallo Stato, e' chiaro che quella Chiesa puo' destinare una quantita' maggiore delle sue risorse private alle attivita' di culto.

Un altro problema riguarda le spese per la pubblicita'. Sia pure in modo di gran lunga meno massiccio della Chiesa cattolica, anche altre Confessioni un po' di pubblicita' se la fanno, specie nel periodo della denuncia dei redditi. Ma questo denaro, che viene speso dalle Chiese allo scopo di essere piu' gettonate dai contribuenti, non e', alla fin fine, lo stesso denaro dei contribuenti usato in modo distorto?

Inoltre, come nel caso dell'OPM allo Stato, tale finanziamento puo' suscitare all'interno delle comunita' beneficiarie problemi maggiori di quelli che intende risolvere, a cominciare da quello, interno, della non facile gestione di un flusso di denaro comunque piu' elevato di quello normalmente disponibile (una specie di continua vincita al Superenalotto, per intenderci) per finire con le aspettative che si creano, all'esterno, in virtu' di questo accresciuto potenziale d'intervento, e che e' sempre facile deludere..... Passando sempre e comunque dal rischio di una diminuzione del senso di responsabilita' degli aderenti alle singole Comunita'.

E ancora: l'accettazione dell'OPM non comporta anche l'accettazione di un ruolo sussidiario rispetto allo Stato, una sorta di divisione dei compiti, in cui alle Confessioni religiose viene sempre piu' demandato quello di "soccorrere", mentre lo Stato, di pari passo, puo' dimenticarsi la sua ragion d'essere di garante dei diritti dei cittadini, specialmente dei meno tutelati, che ne sono parte?
E' interessante notare come il livello piu' basso di scelte OPM si trovi fra i contribuenti che hanno solo redditi da lavoro dipendente e pensionati (modello 101/102) e che non sono tenuti a inviare la dichiarazione dei redditi. Nel 1995, ad esempio, sono stati appena 336.128, cioe' il 4,13% del totale ammontante a 8.131.000. Non potrebbe essere che almeno ad alcune di queste persone non importi proprio niente di essere virtualmente tanto ricche e potenti che basta una loro firma per trasferire soldi a qualcun altro, preferendo di gran lunga che lo Stato le spremesse di meno e le lasciasse davvero libere di gestirsi da sole i propri soldi?

E vi e' un ultimo problema: non e' possibile che, fra non molto tempo, aumentando il numero delle Intese e con l'entrata nel gioco dell'OPM di Confessioni che possono avere un seguito, che era impensabile al momento della revisione del Concordato, l'OPM dimostri di essere una vera e propria tagliola? Che cosa potrebbe succedere se diminuisse drasticamente la quota non assegnata e la Chiesa cattolica, pur rimanendo percentualmente in prima posizione, dovesse contentarsi di una fetta piu' piccola rispetto a quella a cui e' abituata e di cui sembra avere un assoluto bisogno? Chiederebbe forse allo Stato di elevare lo stanziamento al 10 per mille?
E che cosa potrebbe succedere se, ad un certo punto, una o piu' Confessioni pretendessero dallo Stato il riconoscimento di quei privilegi che adesso sono riservati alla Chiesa cattolica?
Che cosa farebbe questo Stato, molti rappresentanti del quale certo non brillano per indipendenza e fermezza nei confronti del potere ecclesiastico?
E che un turbamento ai vertici ci sia su questo tema sembra rivelarlo il fatto che le due Intese definite "difficili", quelle con i Buddisti e i Testimoni di Geova, firmate nel marzo del 2000, non hanno ancora trovato la ratifica legislativa necessaria per renderle operanti.

A pensarci bene, l'otto per mille, che sembra una cosa da niente, si rivela, in realta' la spia lampeggiante di tutto un sistema di rapporti tra Stato e Confessioni religiose molto miope e inquinato, allo stesso tempo, dal pregiudizio filocattolico. Puo' essere bonificato e reso lungimirante, nel rispetto reale della effettiva liberta' di coscienza di tutti ma proprio tutti i cittadini?
E' questa, probabilmente, la domanda-chiave.
 
 
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