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Noterelle dal diluvio universale del XXI secolo/3 - Martino di Tours e i senza casa
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La pulce nell'orecchio di Annapaola Laldi
11 novembre 2020 16:55
 
 Da quando, con l’istituzione delle “zone rosse”,  si è riaffacciato l’obbligo per i cittadini di restare a casa, mi è tornata in mente una fotografia della primavera scorsa scattata qui in Italia: un grande parcheggio con parecchi senza fissa dimora sdraiati per terra, avvolti nei loro poveri cenci.
Ci fu chi si pose la domanda a voce alta: ma chi una casa, o parvenza di essa, non ce l’ha, che fa? Dove si rifugia? In un parcheggio, appunto, o in altro luogo, ma sempre all’aperto. Di risposte da chi avrebbe potuto e dovuto darle, neanche l'ombra.

Ma allora il tempo era abbastanza clemente, cosa che adesso non è. Pioggia, temperature basse di notte, che però non superano i 20 gradi durante il giorno, almeno qui in Toscana (ma di certo al nord le cose vanno peggio). Stamani, poi, c’era un gran nebbione, a causa del quale gocciolavano i fili su cui tendo i panni. Che ne diciamo di chi deve passare la notte in ripari di fortuna o proprio all’addiaccio? Ammesso che riesca a dormire, non si sveglierà fradicio zuppo?
E proprio stamani, la nebbia mi ha fatto tornare alla memoria una poesia di Carducci, che mi piace molto, San Martino (che riprodurrò alla fine).
 Già, oggi è san Martino, Martino di Tours. Giorno caro a tutte le chiese cristiane d’Occidente, da quella cattolica a quella luterana che lo ha dedicato in particolare ai bambini.
 
Che c’entra Martino con i senza casa?
C’entra, perché il suo primo passo nella sequela di Gesù di Nazaret, quando ancora non era stato battezzato, è, secondo le sue biografie, il gesto di amore che gli fece condividere il suo mantello con un povero tremante di freddo, come si vede nell’immagine in alto.
Un povero, un senza casa, uno che non contava niente, che magari qualcuno, vedendolo, pensava che doveva avere fatto chissà quanto male se Dio lo puniva così. Un pensiero non estraneo neppure a certe persone di oggi, che, di fronte a un disperato, vogliono rassicurarsi, così, che a loro una sorte simile non toccherà mai, essendo, loro, persone perbene, brave, morigerate, sagge, senza vizi …
 
Martino può invece far riflettere anche noi, oggi, specialmente nella situazione di crisi in cui ci troviamo, che è importante condividere quello che si ha non solo perché si allevia la sofferenza fisica, materiale di chi sta male, ma anche perché quel gesto di condivisione, anche se minimo, allevia la pena intima di chi si vede abbandonato e disprezzato nella sua miseria, in cui può anche essere caduto senza alcuna responsabilità da parte sua. Infatti, quante persone si trovano in miseria, perché sfruttate da datori di lavoro disonesti, predatori, che invece si arricchiscono alle loro spalle?
 E oggi, proprio oggi, con questo diluvio universale di forma affatto inedita, quante persone sono precipitate o stanno precipitando nella miseria senza colpa alcuna? E poi, anche se uno fosse precipitato nella miseria per una sua resposabilità, non è ugualmente degno di compassione? Non può toccare anche a me, senza neppure accorgermi degli errori che sto facendo?
E dunque, un invito. Chi può, prenda ad esempio Martino di Tours, e comunichi come sa e come può al povero che incontra: tu non mi sei indifferente. Partecipo alla tua pena. Ti resto vicino anche quando saremo lontani, perché ti penserò ancora, ti manderò pensieri bene auguranti o pregherò per te.
 
Ma San Martino è anche un giorno caratteristico dal punto di vista dell’atmosfera in cui si situa: sta cominciando l’inverno con tutto quello che comporta questa stagione, nel paesaggio e nella necessità di raccoglimento domestico.
Per me c’è una poesia magica che esprime tutto ciò. E’ la poesia San Martino (1883), di Giosuè Carducci il quale, con pochi tratti, rende l’atmosfera della zona tra Bolgheri e Castagneto Carducci, là dove inizia quella Maremma che gli stava nel cuore. Io la so a memoria; mi riporta a un luogo che sta anche nel mio cuore, e mi dà gioia quando me la ridico e vedo ben delineato il paesaggio, l’unica figura umana che vi compare, e gli uccelli neri che migrano. E riesco perfino a sentire suoni e odori evocati nella seconda parte.
Eccola qui
 
La nebbia a gl'irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo
dal ribollir de' tini
va l'aspro odor de i vini
l'anime a rallegrar.

Gira su' ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l'uscio a rimirar

tra le rossastre nubi
stormi d'uccelli neri,
com'esuli pensieri,
nel vespero migrar
”.

Noterelle già pubblicate:
1 - Lasciate liberi i vecchi
2 - Un mare di gioia
4 - Come una filastrocca
 
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