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I VALDESI E L'OTTO PER MILLE. OVVERO: LA TENTAZIONE DELLA QUOTA NON ESPRESSA
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La pulce nell'orecchio di Annapaola Laldi
1 agosto 2001 0:00
 
Con un documento pubblicato sul settimanale "Riforma" ai primi di febbraio 2001 si sono gettate le premesse per una possibile modifica dell'Intesa fra Repubblica italiana e Chiesa Valdo-metodista, nel senso dell'accettazione della quota dell'Otto per mille (OPM) relativa alle scelte non espresse, che era stata esplicitamente esclusa nella modifica dell'Intesa del 1993.
La proposta di ulteriore modifica viene giustificata dalla concomitante diminuzione delle scelte espresse ed aumento delle richieste di aiuto sia in Italia che all'estero. Com'e' noto, la Chiesa valdo-metodista utilizza gli introiti dell'OPM esclusivamente per interventi sociali, assistenziali, culturali ed umanitari in Italia e nel mondo, e non per fini di culto. Questo aspetto resta fermo.
Non appena pubblicato il documento sopracitato, si e' acceso, su "Riforma", un serrato dibattito fra chi e' favorevole alla modifica e chi e' contrario. La decisione dovra' essere presa in occasione del Sinodo annuale che si terra' alla fine di agosto a Torre Pellice, nelle Valli Valdesi.
Alla "Pulce nell'Orecchio" sembra una buona occasione per rivolgere a questo attento interlocutore una serie di domande gia', in parte, sollevate negli articoli pubblicati su queste pagine il 15.4.2001 e l'1.5.2001 .

Care amiche e cari amici valdesi e metodisti,
e' per la simpatia e la stima che ho nei Vostri confronti che mi permetto di inserirmi nel dibattito aperto nelle Vostre Chiese (e reso pubblico sul Vostro settimanale "Riforma") circa l'opportunita' di modificare ulteriormente l'Intesa con lo Stato per accettare anche la quota dell'otto per mille relativa alle scelte non espresse.
Ho letto con attenzione gli interventi pubblicati su "Riforma" fra il 16 febbraio e il 22 giugno 2001, nonche' il documento che ha dato il via al dibattito, e devo dire che e' stato un vero piacere e un'autentica boccata di ossigeno constatare ancora una volta la liberta' di espressione che avete e soprattutto la pubblicita' che date alle varie opinioni, consentendo cosi' che le cose possano essere chiamate col loro nome, senza infingimenti.
A mio avviso, e' questa liberta' la Vostra peculiarita' piu' preziosa, con la quale arricchite chi viene a contatto con Voi. Questa cosa trattatela bene, ve ne prego.
Con tutto cio', dico subito che io l'OPM lo do' allo Stato e non a Voi, perche', cosi' com'e' organizzato, a me sembra comunque un "maltolto" (cerchero' di spiegarmi fra qualche momento), e mi sembra quindi giusto restituirlo allo sconsiderato mittente.
Concludo la serie delle premesse, dicendo che nella sostanza piu' sostanziale, nell'uso dell'OPM a me non sembra ci sia tanta differenza fra chi, come Voi, lo usa per scopi di solidarieta', e chi lo usa anche per scopi di culto. Infatti, e' ovvio che, indirettamente, comunque, il denaro che arriva con l'OPM serve anche al culto, in quanto libera senz'altro delle risorse che al culto non andrebbero se doveste pensare a tutto (culto e solidarieta') con gli introiti correnti.
Mi sento anche di precisare che non considero il denaro una cosa negativa in se', ma solo una cosa da trattare con molta attenzione e cautela. Come tutto, del resto, nella vita.

Con questo intervento desidero soltanto cogliere l'occasione di formulare ad alta voce alcune domande che mi ronzano da tempo nella testa e che credo possano trovare in Voi degli interlocutori interessati e interessanti.

1) La prima domanda suona cosi': puo' una cosa concepita e nata storta dare davvero buoni frutti, o non si trascinera' dietro sempre il vizio di nascita in ogni applicazione, anche la piu' bene intenzionata?
Qual e' il vizio d'origine dell'OPM nella formula attuale? Mi pare evidente che stia nel fatto
a) che l'OPM e' nato nella Commissione paritetica Italia/Santa Sede appositamente nominata per risolvere i problemi economici pendenti tra i due Stati, i cui risultati sono stati accolti nella L.20 maggio 1985, n.222 che s'intitola appunto "Disposizioni sugli enti e beni ecclesiastíci in Italia e per il sostentamento del clero cattolico in servizio nelle diocesi":
b) che lo Stato SI SPOGLIA dell'OPM del gettito IRPEF a favore della Chiesa cattolica, travalicando la volonta' dei cittadini e delle cittadine proprio nel momento in cui sembra che ne rispetti la volonta'.
Se avesse voluto davvero rispettare la volonta' dei/delle contribuenti, avrebbe dovuto, per prima cosa, concepire originalmente una legge che mettesse, fin dall'inizio, la quota dell'OPM a disposizione non solo della Chiesa cattolica, ma di tutte le altre Confessioni che avrebbero firmato le Intese, e, soprattutto, assegnasse alle varie Confessioni (Chiesa cattolica compresa) esclusivamente la quota esplicitamente indicata in sede di denuncia dei redditi, facendo ritornare allo Stato con tutta semplicita' la parte non assegnata.
Per favorire, invece, la Chiesa cattolica, lo Stato ha dovuto anche inventarsi, per se' una parte in questa recita, ovvero la parte di quello che fa l'elemosina. Che e' un nonsenso, da qualunque punto di vista si guardi la cosa. Infatti, i quattro ambiti nei quali lo Stato incanala i proventi dell'OPM a esso destinato, e cioe' gli interventi straordinari per la fame nel mondo, calamita' naturali, assistenza ai rifugiati e conservazione dei beni culturali, non sono ambiti in cui l'azione dello Stato deve intervenire comunque in forza della sua ragion d'essere? Che cosa ci sta a fare, altrimenti, lo Stato?
Entrare nel gioco dell'OPM -non tanto accettare le quote non espresse- non avalla questa messa in scena e la confusione che ne e' alla base e ne deriva?
Dalla distorsione e dalla confusione, che comporta una situazione del genere, puo' uscire qualcosa di diritto e di chiaro? Mi domando se non vi sia, in ogni cosa, una sorta di contrassegno genetico suo proprio. E, se c'e', lo si puo' correggere strada facendo? E come? Sono domande totalmente umane e, tenendole su questo piano, mi piacerebbe conoscere cosa ne pensate.

2) Il travestimento dello Stato in elemosiniere, a parer mio, suscita un'altra domanda importante. Non vi e' insita in questo fatto l'avvisaglia che lo Stato intenda progressivamente spogliarsi, con l''OPM, dei suoi doveri nei confronti dei problemi piu' gravi e piu' scottanti, rendendo assolutamente marginale il suo intervento, e scaricando sulle Confessioni religiose il compito di "sovvenire alle necessita'" non della Chiesa, ma addirittura della societa' (locale e globale)? E se non potessimo escludere del tutto l'ipotesi che per sfere sempre piu' larghe di bisogni non si parlera' piu' del riconoscimento di un diritto umano e civile, ma di pura e semplice elemosina, che cosa esigerebbe una vera attenzione ai poveri: accettare di stare a questo gioco o rifiutarlo di netto per richiamare lo Stato ai suoi doveri?

3) Che cosa succede nella vita interna della Vostra comunita' quando arrivano tanti soldi, comunque anonimi, come sono quelli dell'OPM in generale (e piu' ancora quelli della quota non espressa)?
I rapporti con le altre persone, sia come singoli individui sia come gruppi o associazioni, diventano piu' facili o piu' difficili, dato che vi saranno immancabili aspettative e altrettanto sicure delusioni? Vi e' un accrescimento di responsabilita' personale fra i membri delle Chiese e gli amici che avete in Italia e all'estero, o una diminuzione?

4) Le preoccupazioni legate alla gestione di queste somme, comunque anonime, non tolgono tempo, spazio ed energie che sarebbero meglio impiegate a fare qualcos'altro?
Quando leggo dell'apprensione causata dalla diminuzione del gettito di quest'anno ("Riforma" del 6 luglio 2001, p. 9), non posso allontanare l'interrogativo che a me sorge spontaneo: E se questo fosse un segno della disaffezione per il sistema in se', perche' avvertito come totalmente deresponsabilizzante, e, magari, anche offensivo per chi e' chiamato a partecipare, tutto sommato, a una farsa? Non potrebbe la diminuzione essere letta come un segnale della necessita' di cambiare rotta? Di sgombrare il campo perche' qualcosa di nuovo possa comparire?

5) Come ho detto all'inizio, cio' che apprezzo delle Vostre Chiese e' questa capacita' di "lavare i panni sporchi in pubblico", e non tanto il presunto rigore etico dell'accettazione solo delle quote espresse, anche se ho molta simpatia per i Battisti che -almeno per ora- sono stati radicali e non hanno accettato l'OPM in nessuna versione. So pero' che il "rigore etico" e la "purezza" possono anche essere il risultato di una grande presunzione, ed e' per questo che, pur apprezzando certe scelte, mi guardo bene dal trasformare chi le compie in un eroe senza macchia e senza paura.
E quindi ha la sua parte di ragione chi afferma che, rifiutare la quota non espressa solo per mantenersi fedele a un'immagine di rigore e di purezza, puo' essere uno snobismo di fronte all'immane miseria che preme da molte parti.
Ma un'altra domanda -ahime'- e' d'obbligo. Nelle pieghe di una presunta sensibilita' per i piu' poveri, che spingerebbe a chiedere anche la parte dell'OPM non espressa, non potrebbe celarsi un delirio di onnipotenza? E, in tal caso, quanta ulteriore confusione si potrebbe seminare all'intorno? Per poter fare qualcosa di limpido, non e' sana premessa avere il senso del limite, dei propri limiti?

Ecco, care amiche e cari amici, le domande che da tempo mi giravano per la testa e che non mi sembrano del tutto peregrine e illogiche.
Quello che Voi deciderete nel Vostro Sinodo in proposito, sara' ben fatto, perche' comunque avverra' democraticamente e alla luce del sole, e questo fa si' che, se e quando Vi accorgeste di aver imboccato un vicolo cieco, potreste, senza grossi problemi, rivedere tutto quanto e cambiare rotta.
Consapevole della grande responsabilita' che avete, Vi auguro di riuscire ad approfondire bene la questione, tendo anche presente il dato di fatto che esiste nei Vostri confronti una stima e un'attenzione senz'altro piu' diffusa di quanto riveli il numero delle firme a Vostro favore nell'OPM. Anche questo e' un patrimonio, non immediatamente tangibile come i soldi, ma che puo' stare a Voi scoprire se non sia possibile farlo fruttare meglio, non tanto in termini economici, quanto sul piano delle idee e dell'impegno civile.
La poverta', come ben sapete, non e' solo un fatto di mancanza di soldi.

Cordialmente

Annapaola Laldi


Ecco la risposta del Moderatore della Tavola Valdese (Gianni Genre)


Torre Pellice, 8 agosto 2001

Gentile Signora,
grazie anzitutto per la simpatia e per la stima che ha voluto gentilmente esprimerci.

La sua lettera ci porta a verificare, ancora una volta, quanto abbiamo sinora scritto e detto a proposito dell'otto per mille: non si è mai abbastanza chiari e convincenti, si può sempre fare meglio nel cercare di raggiungere una posizione conclusiva soddisfacente, per sé e per gli altri. Soddisfacente nel senso che porta con sé una chiara motivazione di una scelta fatta, cogliendo il cuore del problema.

Veniamo quindi a quanto lei dice alla fine delle sue premesse, e alle sue domande.

1. Noi consideriamo fondamentale la scelta di non usare l'otto per mille per finanziare il culto, cioè la predicazione, i pastori, le chiese, le attività connesse. Pensiamo che queste cose debbano essere finanziate ("pagate") dai credenti, che appunto rinunciano ad una (piccola) parte dei propri guadagni come segno di riconoscenza a Dio per i doni ricevuti. Il credente infatti ritiene che quanto di buono possiede o riceve lo possiede e riceve come un dono di Dio e non solo e non tanto per le proprie virtù.
L'otto per mille ha cambiato questo atteggiamento? Non crediamo. Pur non avendo dati scientifici da portare a sostegno della nostra tesi, possiamo però affermare che le contribuzioni dei nostri membri di chiesa non hanno subito dei salti qualitativi tali da giustificare la sua sensazione. Sono in normale e leggera crescita, normalmente -da anni- con un tasso di crescita leggermente superiore al tasso di inflazione.
Che effetto ha allora avuto l'otto per mille sulle nostre finanze? Salvo alcune eccezioni, l'otto per mille devoluto alle nostre opere sociali ha di fatto semplicemente sostituito il flusso di doni di chiese sorelle, specie quelle della Germania e della Svizzera. Le eccezioni sono la quota del 30% dell'otto per mille destinato all'estero, alla lotta alla fame nel mondo (prima, i doni delle nostre chiese per queste finalità erano assai scarsi, forse soltanto per alcune situazioni tragiche in Africa, o per collette speciali in caso di disastri naturali), alcuni contributi ai nostri ospedali per la loro ristrutturazione, e dei contributi ad associazioni laiche cui, prima dell'otto per mille, non abbiamo mai dato in forma istituzionale ma, eventualmente, come singoli.
Le nostre chiese sorelle, specie in Germania, avendo saputo dell'otto per mille, hanno deciso di ridurre sostanzialmente -anche se gradualmente, per fortuna- i loro contributi, sempre generosissimi e di grande importanza per la sopravvivenza delle nostre opere. Non vi è quindi stato quel trasferimento di risorse da lei ipotizzato o, se vi è stato in alcuni casi, esso è stato di dimensioni assolutamente trascurabili, almeno con gli strumenti di indagine di cui oggi disponiamo.

2. Ma veniamo alla prima delle sue domande: può una cosa sbagliata dare buoni frutti?
Possiamo essere d'accordo sulla "nascita sbagliata" dell'otto per mille. Lo Stato, nella nostra comprensione, non deve finanziare le Chiese. Prima della legge 222/85, lo Stato italiano finanziava la Chiesa cattolico-romana attraverso il meccanismo delle congrue. I parroci visti come impiegati dello Stato. Per lo meno questo non c'è più. L'otto per mille, e la cosiddetta "defiscalizzazione" dei contributi volontari alle chiese, sono la soluzione trovata alla stortura di prima. E' la soluzione giusta? Noi pensiamo di no, pensiamo per esempio che la soluzione "tedesca", o di alcuni Cantoni svizzeri (lo Stato raccoglie i contributi dei membri delle diverse chiese e li versa alle rispettive chiese) sia una soluzione migliore, perché i contributi sono addizionali rispetto alle tasse versate allo Stato, mentre da noi l'otto per mille è un "di cui", cioè una parte delle tasse versate allo Stato. Ma, proprio recentemente, alcuni amici tedeschi ci hanno espresso dei dubbi sul loro sistema perché sono oramai in tanti a "cancellarsi" dalle liste delle Chiese per non pagare una specie di sovrattassa, pur fruendo in ogni caso dei vantaggi che le organizzazioni ecclesiastiche (case per anziani, ospedali, scuole, ecc. ecc.) realizzano coi soldi raccolti.
La realtà è che oggi lo Stato -nessuno Stato- è in grado di affrontare e risolvere tutti i problemi sociali e assistenziali che la complessità e la pluralità culturale oggi propongono. Allo Stato, quindi, e ai cittadini, conviene che vi siano organizzazioni non lucrative che si facciano carico di una parte almeno di questi problemi. L'otto per mille, "nato nel peccato", può quindi servire ad affrontare alcuni dei problemi tuttora aperti e irrisolti. Se non è finalizzato a fini "imperialistici" (di potere sugli altri), può quindi essere usato bene.

Ancora una parola sul nostro rapporto con le chiese estere sorelle (soprattutto quelle tedesche). E' del tutto evidente -e la cosa ci è stata ripetuta e sottolineata- che, a prescindere dal nostro atteggiamento rispetto all'OPM, queste sorelle e questi fratelli sono costretti a ridimensionare la solidarietà nei nostri confronti e non comprendono perché la Chiesa valdese non accetti tutto ciò che potrebbe venire dell'OPM. Loro sostengono che le nostre chiese debbano inserirsi nel contesto della società italiana ed accettare anche le contraddizioni che questo comporta. Noi non siamo d'accordo, ovviamente, ma non c'è modo di convincerli. Inoltre, dopo la caduta dei "muri" che ci separano dai Paesi dell'Est, le sollecitazioni sa guardare alle situazioni di miseria in quelle regioni sono numerosissime..

E' sicuramente sbagliato che siano pochi i soggetti cui si può destinare l'otto per mille. Il nostro Sinodo ha chiesto alla Tavola di operare perché il numero dei soggetti sia allargato. Non le nascondiamo la difficoltà di questo compito!

Rimane, come esigenza fondamentale, la chiarezza e la pubblicità di quanto si fa, per il dovere morale di rendere conto dei fondi ricevuti. In questo la Tavola valdese ha fatto del suo meglio, sul "sito" della nostra Chiesa i dati sono aggiornati, progetto per progetto. Nei diamo atto sui giornali, ne discutiamo in diverse sedi, siamo aperti al confronto, alla critica, ai suggerimenti. A chi ce lo chiede mandiamo il resoconto completo (quello che lei certamente ha visto su Riforma). La stessa chiarezza sarebbe augurabile venisse anche dallo Stato e dalla Chiesa cattolica.

3. Non crediamo che lo Stato si avvii a spogliarsi delle sue responsabilità soltanto perché c'è l'otto per mille. Vi è una cultura politica attuale che, indipendentemente dall'otto per mille, intende scaricare (o regalare) alcuni settori strategici (sanità, scuola, pensioni, assistenza) sui privati, che hanno intravisto in questi settori delle possibilità di lucro non indifferente. Riteniamo però che la risposta non sia nel non fare opere sociali, o ospedali o case per anziani ("ci deve pensare lo Stato") ma in un cambiamento culturale (cioè politico) che più che mai si dimostra indispensabile oggi. Dalla legge della giungla (dal mercato onnipotente) ad un patto sociale fra cittadini ugualmente responsabili e con uguali diritti. Una "polis" rettamente amministrata, dove i ricchi sono uguali ai poveri, dove non ci siano leggi privilegiarie per i ricchi (che possono rubare allo Stato quando e come vogliono) e leggi punitive per i poveri e gli emarginati.

4. I fondi dell'otto per mille hanno alleviato molte situazioni critiche nelle nostre opere, né più né meno di come succedeva nel passato con i doni in marchi tedeschi o franchi svizzeri, spesso richiesti in emergenza. Hanno anche fatto nascere delle aspettative, certo, alle volte serie, alle volte soltanto fantasiose, per progetti seri o velleitari. Chi si occupa del vaglio dei progetti che arrivano all'ufficio otto per mille sa bene quali siano i sogni che nascono dentro e fuori dalle nostre chiese. E' un bene? E' un male? La nostra esperienza è ancora troppo breve per dare un giudizio definitivo. Normalmente i progetti che arrivano sono seri, vogliono affrontare problemi reali. Manca spesso una analisi completa dei costi e delle risorse della gestione normale, quella che deve inevitabilmente seguire alla realizzazione di un progetto. Tutto questo per ora è gestibile, nel senso che il confronto con i gruppi che sottomettono un progetto è sempre un confronto interessante, vivace ma positivo. Si impara molto, quale che sia l'esito felice o infelice della domanda di finanziamento. Crediamo che comunque vi sia, in questi confronti, una crescita di responsabilità ed anche di professionalità di chi è coinvolto.

4. La gestione di queste somme, centralmente, non occupa molte persone. Un ufficio OPM, sinora formato da un volontario con grande esperienza, e da una impiegata (domani saranno due). Poi un Comitato di sette persone -volontarie- che valuta i progetti, chiede chiarimenti, assegna delle priorità, si attiva in vista di una proposta da presentare alla Tavola Valdese (che è l'organo esecutivo e decisionale). Non crediamo che questo costituisca un problema. Certo, il taglio che abbiamo ricevuto quest'anno ha provocato e provoca dei problemi, la soluzione può essere nel metodo che lo Stato utilizza per la determinazione delle somme da distribuire (la complessità del sistema fiscale italiano è nota, fra anticipi, saldi, trattenute, ecc. ecc.). E' stato avviato uno studio per semplificare le cose ma, all'italiana, i tempi sono lunghi. (ed è un fatto reale che le difficoltà sono molte).

5. Quello che abbiamo potuto ragionevolmente verificare, senza falsi moralismi o falsa presunzione, è che con i fondi dell'otto per mille si raggiungono e si alleviano situazioni drammatiche, in Italia e all'estero. Pur con poco (poco pensando al valore relativamente modesto delle cifre in gioco, e alle difficoltà che abbiamo dovuto superare per darci una organizzazione funzionale) si ottengono validi risultati. Si riesce ad arrivare alla fonte delle necessità, sinora con contributi assai modesti, anche perché dati a pioggia (scelta non priva di contro indicazioni e di possibili critiche). Costerebbe poco di più, ma veramente poco, aumentare i contributi ai progetti più meritevoli. Raddoppiarli o triplicarli costerebbe praticamente zero. Di fronte a noi, e al prossimo Sinodo, vi è oggi questo dilemma: conta di più la coerente difesa di una decisione presa qualche anno fa, e indubbiamente frutto di un compromesso politico, o la possibilità di alleviare, se pur di poco, l'"immane miseria che preme da molte parti"?

6. Il pessimismo antropologico che caratterizza la nostra teologia è un buon argine (noi speriamo sia sufficiente) a possibili "deliri di onnipotenza" su cui lei giustamente richiama la nostra attenzione. Abbiamo, nelle nostre chiese e nei nostri Sinodi, un numero abbastanza alto di persone che vigilano con grande attenzione e qualche volta con rude aggressività su questi rischi, che esistono e che sappiamo esistere. Ma è proprio nell'accettare il confronto con chi ce li addita periodicamente (alcuni quasi quasi lo fanno un giorno sì e l'altro pure) che pensiamo di poterci -eventualmente- fermare in tempo. In questo, anche la sua lettera ci è stata d'aiuto, e per questo la ringraziamo.

Nel ringraziarla ancora per l'intelligenza e la stima che affiorano nella sua lettera, la saluto con viva riconoscenza.
 
 
LA PULCE NELL'ORECCHIO IN EVIDENZA
 
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Direttore Domenico Murrone
 
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